lunedì 31 marzo 2025

L'unica legge del dolore

John Maeda (1966), di formazione MIT, è scienziato del geniale incontro di design e tecnologia e autore di un libro-capolavoro su questo matrimonio: Le Leggi della semplicità, Bruno Mondadori, 2006. Non sappiamo se abbia letto P.W. Zapffe. In particolare, se abbia studiato i suoi quattro antidoti alla vita insensata elicitati nell'Ultimo Messia: isolamento, distrazione, ancoraggio, sublimazione. Tutti farmaci, nel senso greco del termine, che spiegano, secondo Zapffe, perché l'uomo, nonostante la coscienza si manifesti nella sua doppia valenza di potenza esterna e ferita interna, riesce a sopravvivere da millenni all'orrore della vita. Maeda nel libro sulla semplicità, valido per ogni ambito delle attività umane, si è affannato a ridurre a nove e poi ad una sola le sue auree leggi. L'unica rimasta, ci dice: Sottrarre l'ovvio, aggiungere il significativo. Sembrerebbe banale e scontata prescrizione e invece, a seguirla sul serio, è di una potenza universale e interminabile. Una sorta di acido corrosivo definitivo contro il superfluo ("sottrarre l'ovvio"), il confuso ("aggiungere il significativo") e quindi il "nocivo", prima di tutto semantico, di gran parte dell'operare e del comunicare pubblico, politico e burocratico. Così come della scrittura e delle arti creative e, non da ultimo, dell'operare della vita ordinaria. Detto questo, mi chiedevo, seriamente, cosa farebbe Maeda per semplificare i quattro farmaci di Zapffe, come applicherebbe ad essi la sua unica aurea legge. In particolare, quando la vita si presenta senza tanti "ammortizzatori" nelle ultime fasi della nostra età biologica, quando i decreti imperiali e feroci del corpo si impongono senza tante mediazioni come mali della senescenza: cronicismi assillanti, forti neuropatie, patologie varie, grandi nevralgie col volto delle malattie insanabili. Quando il dolore nocicettivo e le neuropatie, come dicono gli addetti ai lavori, si sovrappongono e si alternano inesorabilmente e la sofferenza non da nessuna tregua. E' in uno di questi momenti che l'applicazione della sua legge sembra rifulgere nella seguente formulazione, umana troppo umana: Sottrarre il peggio, aggiungere il lenitivo (che, in ottica di semplificazione esistenziale, corrisponderebbero, il primo, all'ovvio e, il secondo, all'elemento significativo). Non so se uno dei due o entrambi i miei amati autori acconsentirebbero a questa formulazione, dall'aspetto un po' bizzarro. So che, a me, pensare e spiegare in questo modo lo stato senescente della vita, è di grande conforto epistemico. Quando non c'è altra traiettoria esistenziale possibile, altra condizione fortemente periclitante: scappare dalla peggior sofferenza e adottare i più efficaci antidolorifici, in una mera strategia di sopravvivenza. A questo sembra ridotta la vita da vecchi, come legittima difesa dalle crudeli incursioni dei malanni. Chi infatti non adotta "naturalmente" questa unica legge della semplicità esistenziale, alla faccia di qualunque presunta grazia offerta dalla vita? Prima di lasciare in pace l'ecumene, dopo di lui?

sabato 15 marzo 2025

Il ghosting del nichilista [assoluto]

Nichilismo è ciò che precede la scelta tra il levar la mano su di sé e il cupio dissolvi, qualunque cosa possano voler dire secondo l'ordine del soggetto o dell'oggetto. L'ordine della cattiva metafisica, va escluso a priori, à la Wittgenstein, in considerazione della sua manifesta inconsistenza. Il consorzio umano biasima e combatte i primi due, per presunta sacralità valoriale degli ordini. Col terzo si balocca allegramente. Il nichilista [assoluto]  - i.e. pessimista [assoluto], per il significato del quale leggi post del 12 novembre di quest'anno - pratica invece il ghosting, moderna versione del motto epicureo λάθε βιώσας (vivi appartato) e ispirato filosoficamente all'Esausto di Deleuze. Quest'ultimo, il consorzio umano quasi lo ignora e nel quasi c'è tutto il suo possibile destino umano

domenica 23 febbraio 2025

Malnato

Ho generato, colpevolmente. Per una vita, ho cercato di rigenerarmi, per guarire dalla nascita, ma non sono rinato. Senza requie, mi sento malnato, da chi ha generato, colpevolmente. 

lunedì 10 febbraio 2025

Antinatalismo gentile

Ad essere sinceri cristiani, si prova un certo imbarazzo a leggere alcune pagine dei Padri della Chiesa che parlano dell'uomo che, come si dice nel Genesi, è stato creato “ad immagine e somiglianza di Dio”. Quelle di un Arnobio di Sicca, di un Agostino, di un Lotario (Papa Innocenzo III), per esempio. Lo spregio per l'uomo e il mondo è massimo. Fino all'invettiva e alla maledizione oltraggiosa. Non che imprecazioni contro l'umanità peccatrice, manchino nell'Antico Testamento o nei libelli delle sette ereticali. Fra quelli cristiani, uno degli esercizi di spregio più misurati, per dir così, è contenuto nel passo che troviamo in Agostino (o forse Bernardo di Chiaravalle): "Inter faeces et urinam nascimur" (nasciamo tra le feci e l'urina, casomai fosse necessaria la traduzione). Questa veemenza nel dileggio dell'uomo, naturalmente, si spiega il più delle volte con la correlata affermazione della grandiosità della grazia divina che, più è spregevole l'oggetto su cui si posa, più salvifico appare il valore del suo intervento. Fatta questa premessa, stupiscono alquanto l'understatement  argomentativo e il nitore stilistico del recente studio ampio e sistematico sull'Antinatalismo di Sarah Dierna dell'Università di Catania, uscito presso l'editore Mimesis col titolo "E' il nascere che non ci voleva". Leggo le 358 pagine e non trovo, contro la pur combattuta etica procreativa, una parola o locuzione men che affabile o scientificamente sorvegliata, contro l'uomo che vuole generare. Lo sottolinea, d'altra parte Alberto Giovanni Biuso, che nella prefazione al lavoro parla, a ragione, di uno studio sull'Antinatalismo, "sine ira et studio". Qui probabilmente l'onesta segnalazione è per via di un certo consapevole anticonformismo, anche accademico, nell'affrontare il tema e nel propugnare la scelta di non mettere al mondo un essere umano (soprattutto in un’epoca di crisi della natalità, come si sa, vieppiù deprecata nel mainstream imperante). A me, confesso, sono bastati questi pochi non comuni stilemi dell'opera, per indurmi alla sua convinta e appassionata lettura. Se non fosse anche per le potenti ragioni teoretiche, prima ancora che etiche ed ecocentriche (nel senso dell'Ecologia profonda), che innervano il discorso sull'Antinatalismo. Il riferimento dell'ultimo capitolo alla Gelassenheit heideggeriana, poi, non fa che confermare la mia idea di understatement non solo discorsivo dell'opera, ma soprattutto filosofico. Di fronte al problema del vivere e dello stare al mondo, nel contesto di un universo caotico e abiotico, non si può che assumere la postura del "lasciar-essere", sembra dirci la Dierna, nella risonanza teoretica dell'ultimo Heidegger. Id est, a mio modesto avviso, una laica propensione di sereno abbandono al niente del nostro esserci, nel niente del ciclo cosmico. E si potrebbe anche dire, riprendendo le ultime frasi dello studio, che Gelassenheit è anche l’atteggiamento del "lasciar-non-essere" chi al mondo non è ancora venuto. Per l'insolita e garbata gentilezza del proposito antinatalista, ci piace pensare che chi non è ancora, possa essere, per così dire, riconoscente all'uomo - se l'invito gentile antinatalista viene messo in pratica - per non averlo costretto ad essere, dovendo annichilire, poi, al momento dell'esecuzione della condanna a morte, conseguente al suo nascere.

mercoledì 5 febbraio 2025

La sublime venatura nera


   
  Fig. 1) Volto del Cristo Portacroce
dei Giustiniani (prima versione)
  presso Bassano Romano.
Se non fossimo schiantati dal suo sorriso estatico e sublime, potremmo dire che è una perfetta metafora della vita. Di fronte alla venatura nera sul volto e sul collo della prima versione del Cristo Portacroce di Michelangelo, chiamato Cristo dei Giustiniani e collocato nel Convento di San Vincenzo di Bassano Romano (Fig. 1), anche un maestro zen, invece di far roteare un bastone per provocare il satori, si sarebbe accorto che l'allievo può illuminarsi, solo osservandolo. Si potrebbe immaginare che, Michelangelo, prima di regalarlo al suo committente, Metello Vari, nel 1516, quella venatura nera, la indicasse lui stesso come una metafora della vita. Ma Michelangelo non lo fece e c'è da presumere che svogliatamente si impegnasse ad una nuova scultura. Il cui esito non esaltante si vede attualmente nella Basilica della Minerva. Non si creda sia una bestemmia sostenere che, ictu oculi, la seconda versione sembra artisticamente alquanto malriuscita, presumibilmente per via del completamento dell'opera da parte dei suoi non geniali allievi. Infelicità della statua rafforzata dalla presenza del famoso perizoma "oltraggioso" (a contrario, rispetto all'intenzione censoria) in bella mostra nella Chiesa di S. Maria sopra Minerva (Fig.2). Perizoma imposto dalla cigliosa Chiesa controriformistica del '600. C'è da dire che quella venatura nera conferisce ancora più forza al significato redentivo dell'ineffabile espressione del Cristo. Venatura, lì incastonata nel marmo, a rappresentare così prosaicamente e veridicamente il dolore e l'imperfezione della vita. Ad ammirare nella sua corrusca perfezione, la prima versione del Cristo dei Giustiniani, c'è da restare davvero stupiti che Michelangelo abbandonasse la sua opera. Verosimilmente, questa versione del Cristo Portacroce che possiamo vedere noi contemporanei, è una versione modificata e rifinita prima della sua attribuzione a Michelangelo, avvenuta cinque secoli dopo, nel 2000, a conclusione delle sue varie peripezie da proprietario in  proprietario, fino all'acquisizione da parte dei nobili Giustiniani. Forse, lo stupore si converte in straordinaria massima ammirazione, se si dà credito a quello che si racconta a proposito dell'intervento sulla statua condotto addirittura da Gian Lorenzo Bernini. Si tratterebbe di maestrìa su maestrìa, opera di genio su opera di genio. Ecco che allora si capisce perché il Cristo Portacroce dei Giustiniani (Fig. 1), del primo Michelangelo, benché difettato, appaia corrusco e mistico e rifulga rispetto a quello della Minerva (Fig. 2), serio e castigato. Non si può che restare in silenzio e raccolta meditazione, di fronte al sorriso del primo, etereo, ineffabile e inafferrabile. Ma detto questo con grande trasporto lirico, noi pessimisti [assoluti] non possiamo non pensare a cosa c'è sotto questo lirismo, a cosa ne direbbe Zapffe, caro maestro. "Con il quarto meccanismo di difesa, la sublimazione la modalità di funzionamento è la trasformazione piuttosto che la soppressione: con un talento creativo o un’audacia incrollabile, si può essere in grado di trasformare le stesse agonie della vita in esperienze piacevoli". È la parte dell'Ultimo Messia del filosofo norvegese, in cui viene definita la quarta e ultima barriera (dopo l'isolamento, l'ancoraggio e la distrazione) di cui l'uomo si avvale per proteggersi dalla visione terrificante della vita, in cui ci scaraventerebbe la coscienza senza il suo scudo protettivo.  Quali mali, quali orrori ha schermato "il talento creativo e l'audacia incrollabile" di Michelangelo per dar vita ai suoi capolavori sublimi? Da quali mali, da quali orrori, ci proteggiamo noi umani che nel sublime artistico di Michelangelo ci identifichiamo e ci sublimiamo, appunto? La risposta non è difficile e chi guarda con occhi disincantati il brutale corso della vita, prima ancora di considerare il valore simbolico della venatura nera del primo Cristo di Michelangelo, sicuramente la conosce benissimo. 



Fig. 2) Cristo Portacroce (seconda versione)
presso la Basilica di S. Maria sopra Minerva 
a Roma.

lunedì 3 febbraio 2025

L'Ultimo Messia *

L'uomo è un nulla autocosciente. Così dice un filosofo pessimista dell'ottocento che non è Schopenhauer, ma Julius Bahnsen. Che sia un nulla, l'uomo, tutti lo possono capire solo disperdendo l'occhio nell'Universo stellato e nelle sue abiotiche immensità. Che sia autocosciente, e soprattutto perché, lo spiega invece in modo convincente e persino in modo poeticamente struggente, Peter Wessel Zapffe, in questo aureo piccolo saggio. E lo fa - prima ancora che arrivassero le neuroscienze cognitive degli anni 90, già nel 1933, anno di pubblicazione. Zapffe, poeta, scrittore, alpinista e, per certi versi, bizzarro biofilosofo. Dunque, che cos'è la coscienza? Qual è la conseguenza della sua nascita? Ecco cosa dice nella traduzione di Michele Corioni, autore anche della postfazione: Una rottura nell'unità della vita, un paradosso biologico, una mostruosità, un'assurdità, un'ipertrofia del genere più catastrofico. La natura ha puntato troppo in alto, superandosi. Solo questa frase, amici, vale il prezzo del libro (alquanto piccolo) e quindi il mio endorsement per Zapffe è totale. Dunque, aggiunge Zapffe, un errore che ha portato l'uomo a cercare in tutti i modi di sopravvivere a questa superfetazione di consapevolezza che è la coscienza, adottando meccanismi di difesa per disinnescare, paradossalmente, da una parte, la fortuna di avere uno strumento delizia (in quanto, usandolo, unico come specie vivente è riuscito a dominare il suo ambiente); ma, dall'altra, anche croce (in quando al contempo lo ha costretto implacabilmente a vedere non senso, sofferenza, malattia e morte come limiti invalicabili del suo vivere). Quelle che sono le tecniche descritte nell'Ultimo Messia (ancoraggio, distrazione, isolamento, sublimazione) oggi, credo, gli psicologi le chiamerebbero meccanismi di coping utili a superare lo stress umano dell'avvilimento, della frustrazione e della depressione causate dalla vita cosciente, al soggetto stesso che la vive. Lettura quindi affascinante L'Ultimo Messia ma che in ogni caso può essere accompagnata - se posso permettermi di dare un suggerimento a chi vuole avvicinarsi concettualmente attrezzato al filosofo norvegese -, dal viatico interpretativo della lettura de La cospirazione contro la razza umana, il Saggiatore, di Thomas Ligotti - una specie di apologia che l'autore fa citando il filosofo a tutto spiano - e dal saggio di Sarah Dierna apparso sulla rivista Dialoghi Mediterranei, dedicato ad una lettura di Zapffe in chiave antinatalista: "Peter Wessel Zapffe. Il Profeta dell'Ultimo Messia". Il combinato disposto della loro duplice lettura è forse un piccolo modo per diventare più facilmente consapevoli di questo abominio della coscienza di cui parla Zapffe? Giudicate voi leggendo Ligotti e Dierna, dopo Zapffe (o forse prima?).

* Commento pubblicato il 14/12/2024 sulla pagina dedicata al libro di Zapffe sul sito Mondadori

lunedì 6 gennaio 2025

Maleolente


Smisurata l'avversione, incommensurabile il disgusto, innumerevoli i gesti di ribrezzo, astio e livore, ancorché quasi sempre inconfessabile il disprezzo. Eppure, in sintesi, basterebbe dire la cosa oggi più semplice, trasgressiva e rivoluzionaria: la vita non è una cosa buona. Biante di Priene (VI sec. a.C.), ritenuto uno dei Sette Savi dell'antichità, camminando tranquillo, di fronte allo stupore dei concittadini carichi di ogni masserizia da salvare dal saccheggio della città, pare che dicesse, secondo Cicerone e altre fonti: "omnia mea mecum porto" (porto con me ogni cosa). Già - gli avrei risposto io se l'avessi incontrato - ma non senti tuttavia quanto sei piegato dal fardello dei giorni che trascini, quanto piagato dalle tribolazioni? Non intravedi il feroce disincanto nascosto nelle cose più belle? Non avverti i gemiti dei tuo corpo dolente? Non senti quanto puzzi? Il fatto è che, pur libero da ogni peso, porti sempre con te, tu come tutti gli altri umani, la cosa più afflittiva, implacabile e maleolente al mondo: la vita. 

sabato 28 dicembre 2024

Dove trovarle?

Dopo aver letto per la quarta volta L'Ultimo Messia di P.W. Zapffe, da poco uscito a stampa per Mimesis, mi sperdo nell"inquietum cor nostrum" di Agostino. Il dimenio montaliano da cui sono preso nel mettere a sistema (?!)  il pessimismo [assoluto] di cui ho detto qui (post del 10 novembre), con una filosofia dell'inazione di ispirazione cioraniana, non fa che accentuare la mia condizione di dissanguamento spirituale. Non trovo i quietivi possibili. Agostino, col dito puntato e ammonitore, mi rammenta che l'inquietudine durerà "donec requiescat in te". Noi, senza un Signore in cui riposare, noi e la condanna dei pessimisti non credenti, noi antinatalisti e forse anche efilisti, noi dunque senza pace e riposo. E rimugino, ulceroso e misantropico, la chiusa del libro di Zapffe che mi dice che c'è "una vittoria e una corona, una salvezza e una risposta".  Caro Maestro, ma dove trovarle?

mercoledì 27 novembre 2024

Il discorso di Zarathustra




Vorrei mettere da parte, per una volta, il mio malmostoso malanimo contro il genere umano, e partire dall’aneddoto che ho letto su qualche libro di economia della conoscenza. L’aneddoto è il seguente: Se due persone si scambiano una moneta, rimane una e una stessa sola moneta. Se si scambiano una idea, le idee diventano due e per forza diverse. Qui la cosa straordinaria non è solo la moltiplicazione tout court delle idee, ma soprattutto la loro possibile “proliferazione cognitiva”, ovvero la combinazione/concatenazione della nuova idea nell’enciclopedia della conoscenza di ognuno. Si tratta, a pensarci bene, di una sorta di “magia dello scambio” (non di mercato..), che genera valore intangibile, tanto in un dialogo logico-formale, quanto in una banale “chiacchiera”, nel dotto scambio di una conferenza di filosofi o di scienziati, allo stesso modo che in un pettegolezzo di corridoio (non ricordo chi ha detto che il pettegolezzo è la "controinformazione dei senza potere”). Prodigiosa valenza ontologica universale, dunque, degli effetti della parola. Succede sempre e comunque dove le persone dialogano, argomentano, litigano, si riuniscono, si informano, in ogni circostanza. Insomma, in qualunque modo o forma, “alta” o “bassa” di scambio di idee. Figuriamoci, poi, se questo scambio avviene in modo organizzato e programmato, come in un contesto d’aula, dove si svolge l’attività “core” delle agenzie formative. Quante inusitate "proliferazioni"? Sono mai state contate? Voglio dire che è questa semplice, invisibile “magia cognitiva” generata da una qualunque parola - badate, non da frase o argomentazione, per forza - che è sempre al centro di ogni interazione umana e che tuttavia non consideriamo mai abbastanza nel suo valore “generativo” – ci sono sofisticati modelli di "spirali della conoscenza" nel campo del management innovativo e in ogni caso i neuroscienziati cognitivi immagino ne saprebbero ben spiegare il fenomeno scientificamente. Ovvio che Socrate e la sua maieutica ne fosse maestro insuperato, ancorché riconosciuto filosofo "decadente". Quanti dialoghi strutturati o no, massimamente quelli informali, favoriscono l’invisibile "contagio", propagando in modo epidemico e virale le idee di ognuno senza che nessuno, alla faccia di moduli di feedback, ricerche e studi delle “ricadute” formative, possa considerarne davvero fino in fondo gli effetti che si generano, si scatenano e “proliferano” nelle menti delle persone. Meglio, gli innumerevoli insight invisibili che illuminano, destabilizzano, ristrutturano, con lampi improvvisi generati da parola checchessia. Fenomeno che appunto implica una sorta di trasformazione alchemica di idee (credenze, valori, visioni, rappresentazioni) in altre idee. La cosa mi colpisce a tal punto che se un giorno doveste vedermi accigliato sotto casa esitare a salire le scale, sappiate che è perché penso con meraviglia a questo “sol che m’arde e dentro m’innamora”. Il fatto è che quando intorno a me ogni giorno vedo gente che discute, tanto quando si accapiglia o bisbiglia sull’autobus, tanto quando si spolmona in una arringa in aula di Tribunale, mi chiedo sempre: saranno consapevoli della magia? Uhm, si direbbe di no, osservando le loro facce depresse e contrariate e di tutti l’inconsumata voglia di far prevalere la loro, di idea, ma inconsapevolmente procreativi di altre idee, quelle degli altri. Ne sono segno evidente anche le frasi per me “blasfeme” che spesso pronunciano, del tipo: sono solo chiacchiere, è tutta teoria, sti’ discorsi e sta’ riunione che non è stata altro che parole inutili. E’ in questi casi allora che vorrei gridare forte a tutti l’aneddoto dell’economia della conoscenza e far notare che è impossibile che si perda tempo quando noi umani ci “contaminiamo” con qualunque forma di parola e linguaggio. Sì, credetemi, vorrei predicare a ognuno come uno Zarathustra che scende dalla montagna: “Ma ditemi, fratelli miei, cosa può fare un’azione che non sappia fare anche una parola? A tal punto siete ciechi da non scorgere la magica metamorfosi della parola dell’uomo? Da non capirne l'importanza?
Vi scongiuro fratelli, restate fedeli alla parola! Or dunque, io vi dico: ci vuole una vita per cambiare un’idea, basta un’idea per cambiare una vita”.


mercoledì 20 novembre 2024

Fatale barocchismo giuridico

Vieppiù ulceroso, mi accompagno ai miei giorni malati. Non si tratta di "doloretti" come dice Thacker, più giovane e vitale di me, in Rassegnazione infinita. E neppure sono solo "ammalazzato", come aggiungerebbe, benevolo, Pirandello, evitando di ricorrere ad un qualsiasi Manuale di patologia generale. Si tratta di artrosi ileo-sacrale, ernia discale e protusioni varie. E' lei, la sciatica o, meglio, la lombosciatalgia, a farmi provare l'amaro sapore della sorba esistenziale. Poi, si aggiungono, talvolta, anche tosse e mal di gola. Non si accompagnano soventemente alla febbre e quindi non si tratta di Covid 19, almeno questo. Ma l'acufene e la sindrome di Ménière, non mi danno tregua e non mi dispensano mai della loro compagnia. Sono ipocondriaco? Affetto da disturbo paranoide di personalità? Ma no, devo avere, da qualche tempo, un "certificato di abitabilità" del mio corpo, semplicemente scaduto. Per fortuna, sorrido pensando alla mostruosità della definizione burocratica che mi viene in mente di applicare al mio caso. Si trova nel Codice di stile delle comunicazioni scritte ad uso delle Pubbliche Amministrazioni, stilato nel 1993 dalla "Commissione Cassese". Dovete sapere che con goduria didattica enunciavo ai miei discenti, durante qualche lezione che aveva a che fare con la semplificazione del linguaggio burocratico, la curiosa domanda. Scandivo bene le parole e dicevo: "Sapete chi sono i soggetti passivi di provvedimenti esecutivi di rilascio?", sicuro dell'effetto shock della definizione ripresa dal Codice di stile. Clamore e stupore nell'aula quando, dopo qualche minuto di imbarazzato silenzio, spiegavo che si trattava della formula burocratica, usata in Italia dagli enti pubblici negli Avvisi alla cittadinanza, per indicare gli "sfrattati". Ecco ora, posso dirvi che, come inquilino del mio corpo, mi sento così, rassegnato ad essere un "soggetto passivo di provvedimento esecutivo di rilascio". Consentitemi solo, nel mio caso, di sostituire l'aggettivo "esecutivo" con "fatale" che mi sembra maggiormente appropriato..."soggetto passivo di provvedimento fatale di rilascio". In questo modo, il barocchismo giuridico della mostruosa definizione burocratica, non potrebbe rifulgere più intensamente.

domenica 17 novembre 2024

Fili d'erba e orrore immanente

                                                      

Immanenza, realtà in cui già sempre ci troviamo. Forse più di qualunque passo della Critica kantiana, ci fa capire il concetto filosofico di
immanenza questo splendido haiku dello scrittore giapponese Kenko Yoshida (XIII-XIV sec.): "Seduto pacificamente senza far nulla/arriva la primavera/e l'erba cresce da sola". Senonché l'estatica immersione poetica del verso non fa giustizia del nostro reale esistere che ci presenta il conto quotidiano di una vita consustanziata di sofferenze e dolori. Essi, bisogna dirlo?, come l'erba, sembrano "crescere" da soli. Certo grande è la distanza ontologica tra un filo d'erba e la vicenda umana. Eppure, come negare una loro consustanziale immanente coappartenenza, legge fisico-biologica e legge dell'esistere? Forse, è sufficiente pensare a quanti fili d'erba, 
nel corso della storia umana, sono stati sporcati dal sangue di squartamenti e sgozzamenti di soldati, in guerre ed eccidi avvenuti sui campi di battaglia (leggere, al riguardo, la mappa storico-universale appena pubblicata di Siegmund Ginsberg, Macellerie, "raggelante promemoria della barbarie umana", come recita la quarta di copertina). 

martedì 12 novembre 2024

Il Pessimista [assoluto]. Altre idee per un Manifesto

Il Pessimista [assoluto] che vorrei proporre per il Manifesto, non ha alcuna fede, alcun dogma, dottrina, ideologia o idea assoluta (per l’accezione dell'aggettivo nelle parentesi quadre, vedi di seguito). Non è agnostico, né gnostico, anche se taluni autori pessimisti lo lascino pensare. Non è neanche uno scettico, per quanto possa essere propenso a pensare le sue convinzioni zeteticamente. Il Pessimista [assoluto] discrede in modo radicale pensando che la verità non è “una terra senza sentieri” (Krishnamurti), ma più radicalmente “il mondo senza l’uomo” (Sgalambro). Per questo ha molte affinità con i pensatori del realismo speculativo che propongono "ontologie piatte" (senza considerazione dell'uomo, appunto), "nichilismi trascendentali" e radicale superamento dell'antropocentrismo. Egli non desidera dedicarsi accademicamente o scientificamente ad esercitare il diritto di critica, sostenendo controversie, confutazioni o semplici polemiche rivolte ad altre dottrine o teorie. Non è né depresso, né scoraggiato e non senza alcuna spinta a pensare. La teoria del pessimismo [assoluto] (improprio parlare di “assetto teorico”) vuole essere invece un autoesonero radicale e totale da ogni pretesa/proposta/soluzione/formula razionale, irrazionale, mistica o pragmatico-operativa di liberazione,  salvezza o illuminazione, formulate da teoria filosofica, pessimistica o no, fino ad oggi. Vuole cioè prendere le distanze da qualsivoglia “forza salvifica” che si presenti o venga proposta anche solo come antidoto o quietivo della negatività e del dolore dell’esistere. Sotto questo riguardo, disconosce esponenti di correnti filosofiche pessimistiche (a cominciare dal prolisso e troppo metafisico Schopenhauer fino a Mainländer e Michelstaedter, da Egesia di Cirene a P.W. Zapffe) con le loro varie e disparate “soluzioni” al dolore dell’umano (persino Zapffe, figura tre le più geniali e radicali del '900, sembra aprire alla fine dell'Ultimo Messia ad una positiva possibile speranza di estinzione dell'uomo). Tutti approcci che appaiono al pessimista [assoluto] basati su false, infondate o quantomeno velleitarie “terapie”, votate immancabilmente al fallimento: Ascesi, Arte, Persuasione, Gnosi, Estinzione individuale o collettiva, Conoscenza, etc. Il Pessimista [assoluto] non fa nulla nel "marketing delle idee" non perché non abbia qualcosa da dire, ma perché sa che laddove si polemizza, si critica, si confuta, si agisce in funzione di una presunta verità superiore. E questa, per lui, non si dà [assolutamente]. Inoltre è in gioco un “ordine del discorso” volto in ogni caso all’esibizione di posture autoreferenziali di puro egotismo e vanità, se non all’affermazione di ruoli e forme di potere. Solo in senso simbolicamente “denegativo”, sospensivo, più prossimo a "totalmente libero" che a "illimitato", di teoria "sciolta" da condizionamenti (nel senso del termine latino "absolutus", da absolvere = sciogliere), deve essere inteso il significato del significante [assoluto] tra parentesi quadre. Quindi, aggettivo indicante un pessimismo, senza "pars costrunes", alieno da ogni infondata e inveritiera pretesa metafisica assoluta (qui, senza parentesi), basata su piccola o grande/ambiziosa ipotesi di revulsione spirituale dell’essere. Ora, c'è da dire, che ai limiti degli esponenti storici del pessimismo filosofico, sembra sottrarsi solo E.M. Cioran – in questo senso, pessimista [assoluto] – che non propone alcuna teoria per la salvezza dell’umano, di ispirazione gnostica ma di un gnosticismo senza redenzione. Cioran, "squartatore misericordioso", non si spinge oltre l’idea di una agonia senza epilogo per la storia dell’uomo. Sotto una certa "fascinazione" del pensiero orientale, si espone esclusivamente ad un elogio della filosofia dell’inazione (wu-wei), come sola forma di resistenza all’illusione e alla schiavitù dell’esistenza (Un apolide metafisico, 2004). Tuttavia, se al pessimista [assoluto] una caratteristica filosofica significativa può essere attribuita e indicata nel Manifesto per elicitarne meglio la sua caratteristica propria, è senz’altro quella dell’essere "esausto" (épuisé) di Deleuze (L’esausto2015). L’essere esausto – ci avverte il filosofo francese - non è come l’essere “stanco” che ha esaurito la messa in atto di qualsiasi possibile, ma come l’essere che ha esaurito “tutto” il possibile in quanto tale, giacché ha rinunciato, aggiungiamo noi, in senso tecnico-filosofico a qualsiasi “appetizione” (ὂρεξις). Ciò vuol dire che ha rinunciato al principio che spinge un essere vivente all'azione in vista della soddisfazione di un bisogno, dell'appagamento di un desiderio, della realizzazione di un fine. Ma non solo. Ha cessato di credere in qualunque significato, tranne in quello presupposto nel dichiaralo. Ecco, il pessimista [assoluto] può essere definito un pessimista "esausto", con riferimento a qualunque "tecnica" o "teoria" di salvezza o liberazione dell'umano dalla sua condizione di sofferenza. Una condizione di "esaustità", se si può dire, conseguente e direttamente scaturente dal nucleo profondo dell' ἄβιος βίος, condizione difettivamente di inautenticità e mai vera pienezza della vita nel dominio inautentico della Rettorica, secondo Michelstaedter. E tuttavia, vale aggiungere in conclusione, il pessimista [assoluto], "esausto" e "non persuaso", privo di una qualunque certezza e speranza, non è un nichilista disperato e/o “pericoloso” a sé o agli altri, ma un soggetto che fa dell’inazione la sua fondamentale ispirazione filosofica. Questo, ritengo, andrebbe indicato con forza e evidenza nel Manifesto del Pessimista [assoluto]

domenica 10 novembre 2024

Non levar la mano su di sé. Idee per un Manifesto

Se si volesse scrivere il Manifesto del Pessimismo contemporaneo facendo riferimento al panorama attuale della filosofia, non si potrebbe prescindere dalle opere di filosofi come R. Brassier, Q. Meillassoux, G. Harman, E. Thacker, tanto per fare qualche nome. Nomi inquadrati solitamente, sia pure in modo un po' controverso, nella giovane - neanche una ventina d'anni - categoria filosofica del "Realismo speculativo". Che si tratti di "ontologia orientata agli oggetti", di critica al "correlazionismo" kantiano, di materialismo o di "Nihil Unbound", non si può negare che il senso del genere umano, inteso in questo quadro quale particella del tutto irrilevante dell'Universo, faccia parte di una delle versioni più radicali di pessimismo filosofico, sia pure variamente declinato con visioni e concetti scientifici, matematici o estetici. Non volendo e non potendo condurre personalmente una disamina accademico-filosofica su questa corrente di pensiero, devo dire che semplicemente muoverei, per l'approntamento del Manifesto, da due idee icastiche e concatenate. Una, sotto forma di domanda, l’altra, sotto forma di evidenza. Esse mi sembrano - si parva licet - la base prima del procedere pessimisticamente pensante, quindi adatte a fare da premesse epistemiche del possibile Manifesto. Innanzitutto, l’interrogativo che non può non essere posto ad ogni essere umano, come primo serio problema filosofico, se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta (Camus, Il mito di Sisifo). In secondo luogo, l'assunzione di Michelstaedter ne La persuasione e la Rettorica, basata sull’evidenza per cui la vita è ἄβιος βίος, ovvero “impossibile in sé stessa. Quantunque col mio proprio sofferente vivere sia per primo consapevole di questa impossibilità, risponderei tuttavia al quesito affermando, da inconcusso pessimista, che bisogna risolversi innanzitutto nella decisione di non “levar la mano su di sé”. Direi quindi, nell'incipit del Manifesto, sotto l'egida di Cioran, che è opportuno arrestarsi nel momento immediatamente precedente l'atto fatale, rinunciando alla scelta  conseguente all’evidenza dell'impossibilità suddetta. Il soggetto pessimista del Manifesto, specificherei, non è “non ancora” suicida solo perché provvisoriamente irresoluto, trovandosi magari privo di pressioni esistenziali particolarmente dolorose per farlo. Nel fermarsi, egli fa una scelta definitiva (oddio, questo forse non si può dire) del tutto meditata e consapevole. Perché? Tra le convinzioni del pessimista - ricordo a questo proposito che qualcuno, con buona ironia, definisce il pessimista come un "ottimista ben informato" - c'è quella di discredere l’annientamento assoluto del proprio Esserci (Dasein). Piuttosto che abbracciare un ignoto e forse doloroso approdo, è preferibile consegnarsi al malcerto, casuale e imprevedibile dipanarsi della vita. Lasciatemi dire che le due premesse epistemiche del Manifesto, sarebbero in linea con il primo aforisma di E.Thacker di Rassegnazione infinitaSi tratterebbe infatti di un tentativo di non vacillare, come ogni filosofia, tra l’assioma e il sospiro, e di allontanarsi accortamente dal baratro.

mercoledì 6 novembre 2024

Noi umani, spregevole gentaglia


Apprendo dalla cronaca di questi giorni che un padre, al solo scopo di ottenere un beneficio assistenziale per suo figlio neonato, ha sottoposto il corpo del bambino a sevizie, cercando di farlo diventare un "minorato". Meno per pudore che per ripulsa, non ho continuato a leggere per conoscere quali e come siano state inflitte queste torture. Tuttavia, non posso non inorridire di più, se possibile, per l'enormità "numerica" della trasgressione. Il fatto è che non uno, ma nientemeno che tre codici morali violati. Se si escludono naturalmente l'avidità economica e la cinica anaffettività. Nel gesto del padre, infatti, ne va: 1) dell'infrazione del tabù della violenza contro un essere vivente, in generale - primo codice morale violato; 2) dell'infrazione del tabù della violenza, in particolare, contro un proprio figlio - secondo codice violato; 3) dell'infrazione del tabù della violenza contro un proprio figlio neonato - terzo codice violato. Non so a quanti anni di reclusione corrisponda questo "primato", nel quarto codice, quello penale. Scusate, ma mi viene un pò impudicamente da pensare se atto più atroce possa essere commesso da essere umano. La mamma che si libera di un figlio gettandolo nel cassonetto della spazzatura? La tortura inflitta ad un corpo vittima di femminicidio con 73 coltellate? Le torture di Hannibal Lecter? Il fatto è che rimango sempre inchiodato al peso di una ammissione, visto che di essere umano si tratta, sempre e comunque, qualunque sia il grado di efferatezza della trasgressione. L'ammissione che io e voi, che pur non diamo né coltellate, né torturiamo bambini, abbiamo lo stesso DNA, siamo parte della stessa genìa,
 della stessa accolita di persone, della stessa spregevole gentaglia sulla terra (Arnobio di Sicca e Lotario di Segni, insegnano). Ricevo su WhatsApp la foto di un bambino appena nato di un amico. Non saprei come spiegare, io convinto antinatalista, le imperscrutabili nuances del mio gioire di circostanza.  

martedì 22 ottobre 2024

Topografia dell'insensato - Terzo quadro

Universo abiotico. L'Universo viene definito dagli addetti ai lavori come: "Il complesso di tutto lo spazio che contiene materia ed energia". Questo spazio, come si sa, ha a che fare con pianeti, stelle, spazio interstellare e galassie. Solo di queste ultime se ne contano centinaia di miliardi ovvero, in formula matematica, dieci alla undicesima. Quanto al suo tempo di esistenza gli scienziati calcolano all'incirca 14 miliardi di anni dal Big Bang. In questo quadro, l'esistenza di forme di vita sulla Terra (abiogenesi) dura da 4,4 miliardi di anni e, in esso, l'intervallo di esistenza dell'uomo originato dalla cosiddetta "Eva mitocondriale", prima madre di tutti gli umani, appare del tutto irrisorio: al massimo 200 mila anni. Non parliamo dell'Homo Sapiens la cui esistenza che è alla fine, per durata, non maggiore di quella di un battito di ciglia nell'immensità dei 14 miliardi di vita dell'Universo. Tutto questo ci racconta una unica storia difficile da digerire per l'uomo e la suo prosopopea cosmica: la caduta del biocentrismo, primato biologico del tutto usurpato in questo contesto cosmico, la pari inconsistenza dell'antropocentrismo e la fine di qualunque principio valido di autodeterminazione dell'umano. Un Tutto dunque indifferente all'essere umano. Anzi, apertamente ostile alla vita, come sottolinea Marco Lanterna, nel suo Peisithanatos (2021) richiamando i "pesi massimi del pessimismo" a maggiore considerazione della conseguenze di questa verità metafisica. "La vita vien fuori da brodetti, tiepide pozze, acquitrini primordiali: origini putride e graveolenti" e "L'orrore del Cosmo per la vita è fin troppo superiore a quello che esso nutre per il vuoto", dice. La Terra e l'uomo che "come una scabbia c'infuria sopra", non sono ben visti dall'assetto di perfezione abiotica del Cosmo e dunque l'unico miglioramento possibile per un uomo, "malvagio e immedicabile", è l'estinzione. Tanto poi alla fine arriva comunque la morte termica e il collasso entropico dell'Universo. Dunque, in conclusione, anche nelle cose dell'Universo, terza innodìa dell'insensato.

Topografia dell'insensato - Secondo quadro

Indeterminismo biologico. Darwinismo e ordinamento a-teleologico (non finalistico) della vita sono paradigmi e orientamenti scientificamente prevalenti. Non si da una direzione predefinita o un progetto nella selezione naturale. In natura, dichiara la scienza biologica, le mutazioni avvengono in modo casuale e la selezione naturale si basa sull'interazione tra le caratteristiche contingenti degli organismi e l'ambiente circostante. Quest'ultimo cambia anch'esso in continuazione. In altri termini, l'evoluzione non procede verso uno scopo finale predeterminato, ma si adatta di volta in volta a condizioni contingenti. Qui, prima ancora di ricorrere a Nietzsche, con icastica evidenza, vanno a schiantarsi le favole morali, metafisiche, religiose e mistiche che l'uomo si è raccontato per millenni sulla vita. Peter Wessel Zapffe, biofilosofo, pessimista e antinatalista, un pò spariglia questo paradigma di indeterminazione con l'idea - alquanto suggestiva - di "un errore della natura", "un tragico passo falso" che ha portato al sorgere della coscienza nell'uomo. Escrescenza di sensi, questa, di sentimenti, esperienze e valori che lo spinge ad una superfetazione di convinzioni sul suo sé, sulla sua tracotante superiorità nella natura rispetto agli altri ordini di esseri viventi e perfino sul senso del suo destino nell'universo. Sulfurea la metafora usata da Zapffe per descrivere la coscienza. Come dice la studiosa Sarah Dierna (2024) "[...] una spada dalla doppia lama molto affilata e senza impugnatura ma chi la usava [...] doveva afferrarla per la lama e rivoltare contro se stesso uno dei suoi fili [...] un’arma che tuttavia la rese non solo onnipotente sul mondo, ma egualmente pericolosa per se stessa." In questo senso, la nozione del tragico - nota la studiosa -, si avvicina a quella dell'assurdo di Camus, ma ne rimane distinta in quanto "mentre l’assurdo non è nel mondo e non è nell’io bensì nella co-occorrenza dell’uno e dell’altro, il tragico è biologicamente iscritto nell’io che abita il mondo, si manifesta dunque nella dinamica di co-occorrenza ma la causa motrice di tale sentimento appartiene alla natura umana". In attesa che le neuroscienze cognitive vengano a capo del "problema difficile della coscienza"(Hard Problem of Consciousness), la tragedia dell'uomo, è soprattutto qui. Nonostante tutti gli escapismi adattivi escogitati dal genere umano e che Zapffe descrive con precisione nell'Ultimo Messia (1933), nel solco di Pascal e di Freud. Difficile tuttavia non obiettare al filosofo norvegese che il "tragico passo falso" che la natura avrebbe fatto con la coscienza, contrasta con l'indeterminismo biologico afinalistico di cui dicevamo sopra, quasi proiettando implicitamente nella natura un disegno fatto di passi "corretti", da cui devierebbe il passo falso. Qui noi non vogliamo far torto alla lucidità adamantina della biofilosofia con cui Zapffe ha saputo dire: "Veniamo da un inconcepibile nulla. Stiamo per un po' in qualcosa che ci sembra parimenti inconcepibile, solo per svanire ancora in un inconcepibile nulla". E' chiaro che a questo "inconcepibile nulla", non può sfuggire il balletto di mutazione e contingenza dell'indeterminismo ateleologico della natura. Dunque, nelle cose della vita, seconda innodìa dell'insensato.

Topografia dell'insensato - Primo quadro

Orrore storico. Il "Libro nero" di Matthew White sulle cento peggiori atrocità della storia è del 2011. Troppo esiguo nelle sue neanche mille pagine, andrebbe già notevolmente aggiornato e incrementato con le carneficine dell'ulteriore compiersi nei 13 anni seguenti, della teratologia umana. Si potrebbe attingere al Libro nero del comunismo o a quello del Capitalismo o del Rinascimento e ad altri vari Libri neri, ma il quadro dell'orrore storico resterebbe in ogni caso parziale e incompleto. Il punto non è la scala di grandezza dei numeri, comunque terrificanti e praticamente inconcepibili per la sensibilità umana. Il punto è l'inimmaginabile efferatezza, la crudele multiformità, l'illimitata pervasività e spesso la totale impunità, con cui nella vicenda storica dell'umano i crimini vengono commessi. Adriana Cavarero (2007) ha proposto la categoria dell'"orrorismo", categoria che mira a spostare il baricentro dell'attenzione non su chi la violenza la perpetra, ma su chi la violenza la subisce: i vulnerabili e gli inermi. Bernard Bruneteau (Il secolo dei genocidi, 2005) e Marcello Floris (Il genocidio, 2021) riportano dovizie di definizioni sul tema dei genocidi, soprattutto negli ultimi decenni da parte delle organizzazioni internazionali. Che, d'altra parte, sono impotenti di fronte al perpetuarsi delle stesse atrocità, perpetrate, anche come veri e propri genocidi, senza soluzione di continuità con il presente millennio. Ma al di là di queste definizioni, che possono sembrare quasi irriguardose, vale il pessimismo di Wolfgang Sofsky che pensa alla malvagità e alla violenza dell'uomo come iscritte irredimibilmente nella natura ontologica dell'uomo. Nelle vicende storiche sembra l'unica teoria  convincente. Infatti, l'idea che questa iscrizione sia sempre stata in atto in tutte le epoche storiche, sembra alquanto difficile da smentire razionalmente. Così come il suo enunciato secondo cui: "L'affermazione di vivere in un'età di progresso dei costumi è indice di cecità storica e appartiene alla mitologia della civiltà moderna”. Dunque, nelle cose della Storia, prima innodìa dell'insensato.  

lunedì 14 ottobre 2024

Michelstaedter e l'antifrasi

 


Carlo Michelstaedter (1887-1910), nell’incipit della prefazione a La persuasione e la Rettorica (1910), dice: “Io lo so che parlo perché io parlo e che non persuaderò nessuno; e questa è disonestà". Il filosofo goriziano, palesemente, è troppo impietoso e severo con sé stesso. Sa che scriverà la sua tesi per cercare di convincere almeno i suoi commissari d'esame, concludendola un giorno prima di rivolgere la rivoltella su di sé. Accadrà poi che diventi uno dei filosofi più importanti del ‘900 italiano. Non con la disonestà ha a che fare l’affermazione di Michelstaedter, ma con la Retorica (con una t) del linguaggio italiano. Retorica che annovera l'antifrasi come suo ordinario tropo. Ovvero, come da definizione del dizionario della lingua italiana: una parola, sintagma o frase il cui significato risulta opposto a quello che si assume normalmente. Quindi niente disonestà ma semplice mossa linguistica nell’uso di una figura retorica, un tropo appunto. La mia, allora, una semplice nota grammaticale? Se non fosse – mi preme dire  – che l'uso di questo tropo ha che fare, come figura retorica, con la questione filosofica della efficacia di qualunque dottrina della Salvezza/Redenzione/ Liberazione/ Assoluzione dell’uomo o, per dirla con Michelstaedter stesso, della "Persuasione". Il filosofo dice di sapere che non persuaderà nessuno ma lo dice all’inizio di un parossistico sforzo (poi diventato nella storia della filosofia italiana “epocale”), condotto pochi mesi prima di darsi la morte. Uno sforzo di critica, decostruzione e discredito del modo d’essere dell’uomo comune che occulta dolore e finitezza della vita con illusioni e convenzioni sociali. “βιος βίος”, dice, vita che non è vita e che chiama con termine platonico anche φιλοψυχία, attaccamento alienato e conformistico alla vita. Come premessa destruens, la Rettorica (con due t), di una dottrina costruens della Persuasione. Condizione dell'uomo vero e autentico, quest’ultima, che nonostante la precarietà e ostilità della vita trova, secondo il filosofo goriziano, una forma assoluta di verità e salvezza interiore. Nell'uomo persuaso "ogni attimo è un secolo della vita degli altri, finché egli faccia di sé stesso fiamma e giunga a consistere nell’ultimo presente"Questa dottrina della Persuasione, questo "consistere nell'ultimo presente", purtroppo, non persuade – lo dico senza ironia (Cacciari ne ha parlato come di "ou-topia indicibile della parola"). Così come ogni altra dottrina che predichi una qualche irraggiungibile presunto stato assolutorevulsione totale dell’essere dell’uomo comune, a cominciare da quella buddhista. Dottrine subito smascherabili mediante quel tropo “topico”, usato strumentalmente ogni volta che dicono di negare ciò che vogliono invece affermare (nel buddhismo zen si dice: Se incontri il Buddha, uccidi il Buddha; poi il Buddha è lì vivo e onnipresente in ogni stadio del reale cammino interiore di illuminazione). L’antifrasi dunque – o, se vogliamo guardar meglio, anche la preterizione: dire di non voler dire ma poi dire lo stesso –   come possibile indice di una sorta di “frode” filosofica da parte delle dottrine mistiche, etiche, politiche o religiose. Le quali predicano di non voler fare ciò che poi fanno. Che promettono, ad un uomo assetato di verità da millenni, ciò che non possono mantenere. Se questo è vero, come penso – ovvero l’inconseguibilità di qualunque percorso di salvezza - cosa resta da fare per non darsi al nichilismo più autodistruttivo? Solo, credo, la testimonianza filosofica dell’insensatezza e della brutalità del vivere (e qui, in questa pars destruens si è in buona e onesta compagnia del pensiero negativo). Poi, resta anche da fare l’accorto smascheramento dell’uso rettorico, oltre che retorico, del fraudolento tropo dell’antifrasi (e, se necessario, della preterizione). Michelstaedter, che amo come mio maestro di pensiero, mi perdonerà se ho comincio da lui.


lunedì 23 settembre 2024

Agonia senza epilogo

Le "Quattro Nobili Verità" del Buddha, di cui solo le prime due convincono veramente (il dolore: dukkha; l'origine del dolore: samudaya sacca) e le altre due che mi sembrano "illusorie" (la fine del dolore: niroda sacca; la via che porta alla fine del dolore: magga sacca). Le dottrine di salvezza delle filosofie ellenistiche: il vivere secondo natura (ὁμολογουμένως ζῆν) dello stoicismo; la sospensione del giudizio (ἐποχή) dello scetticismo; il piacere regolato e stabile (εὐστάϑεια) dell'epicureismo; il "piacere immediato" dei cirenaici; la momentanea e improbabile Noluntas di Schopenhauer; la vita che non si può vivere (ἄβιος βίος) di Michelstaedter e quello che sarebbe il suo antidoto: una Persuasione inconseguibile; l'appello alla conoscenza e alla sterilità di P. W. Zapffe nella chiusa dell'Ultimo messia, che non porta né all'assoluzione, né al riscatto; le filosofie, le religioni e le dottrine di liberazione sociale; le visioni mistiche e sciamaniche. Insomma tutte le favole (gli "ancoraggi", direbbe Zapffe) ahimè raccontate nei secoli, insieme ad esoterismi e dottrine misteriosofiche varie. Elenco incompleto quello che precede, con evidenza. Tuttavia, dopo averle studiate e, alcune, praticate, mi chiedo cosa concludere: ne va della mia, di salvezza. Non riesco ad andare oltre l'agonia senza epilogo di Cioran

mercoledì 18 settembre 2024

Il clinamen contro il DNA e la carneficina del vivente


Leggo in un testo efilista che "La vita si è evoluta per torturare ed essere torturata... Siamo nati per essere massacrati... Nessun essere senziente è immune in quanto il DNA ha messo in atto questo progetto di sterminio seriale per centinaia di milioni di anni su centinaia di miliardi di soggetti senzienti ed esseri viventi". La soluzione a questa totale crudele immoralità evolutiva sarebbe l'estinzione, il non essere di tutti gli esseri senzienti. L'appello militante ad agire per far cessare il dolore universale - a fronte di una umanità per ora di 7 miliardi di persone e chissà quanti milioni di miliardi di esseri animali - in verità sembra inane e pure pericoloso. Allora cosa contrapporre a questo criminale determinismo biologico? Riscoprire il substine et abstine stoico, le filosofie ellenistiche e i loro dettami di accettazione, atarassia, epochè? A pensarci bene il "clinamen",  termine ripreso da Lucrezio dalla parenclisi (παρέγκλισις) di Epicuro nel De rerum natura, potrebbe essere un buon antidoto, se inteso come azione individuale antideterminista volta al contempo ad abbassare il quantum di sofferenza universale. Avrebbe in sé tutta l'aura arendtiana dell'azione come nuovo inizio, nuova natalità. Scelta soggettiva di andare contro il tritacarne evolutivo. Insomma: il decremento della crudele compressione dolorosa dell'esistenza con un qualunque innaturale gesto "controtendenza". Ferma restando l'azione a lungo termine dell'imperativo antiriproduttivo, un qualsiasi agire immediato, arbitrario e incongruo con le leggi evolutive della predazione e della competizione, ne sarebbe una istanza possibile. Sottrarsi al corpo a corpo e al colpo su colpo della darwiniana selezione naturale, deviando la traiettoria predeterminata degli "atomi-cromosomi", non per guadagnare un lontano paradiso, ma per dare senso di lotta e di contrasto alla carneficina del vivente. Contro il DNA, un clinamen libero, immediato, etico ed arbitrario.

sabato 7 settembre 2024

Non c'è salvezza - 3

Se vuoi raggiungere la serenità, prendi la decisione di abbandonare tre cose: il bisogno di controllare tutto, la necessità di essere approvati e il bisogno di giudicare gli altri. Così la formula zen. Buona cosa, certo, per raggiungere una tranquilla condizione di vita. Senonché portata a compimento la decisione, ti accorgi che, secondo lo stesso zen, se vuoi salvarti oltre che vivere in serenità, dovresti riuscire a non portare a compimento alcuna decisione di portare a compimento alcunché. E qui è la paralisi metafisica che non concede nulla di più della semplice vita serena. Le radici evidenti di questa paralisi sono manifestamente in ciò che Aristotele indicava con il termine "Appetizione" - in greco ὂρεξις - il principio che spinge un essere vivente all'azione in vista della soddisfazione di un bisogno, dell'appagamento di un desiderio, della realizzazione di un fine. Il fatto è che questa triade è conficcata, direbbe un efilista, nel DNA di ogni essere vivente. Per questo non c'è salvezza salvo nella condizione di non essere di tutti gli esseri viventi (Benatar docet). 

domenica 1 settembre 2024

Pensiero incomprensibile

Come dice P.W. Zapffe, la vita è inconcepibile. Prima ancora che incomprensibile, mi permetto di aggiungere. E in tutta evidenza questo pensiero è stato concepito incomprensibilmente. 

sabato 31 agosto 2024

Peter Wessel Zapffe

"Veniamo da un inconcepibile nulla. Stiamo per un po' in qualcosa che ci sembra parimenti inconcepibile, solo per svanire ancora in un inconcepibile nulla" (P. W. Zapffe). Si capisce che questo di Zapffe è un aforisma semplice e "definitivo" compreso il quale si rimane in vita con perenne inabraso senso di inappartenenza. E solo questo c'è di concepibile. 

mercoledì 28 agosto 2024

Disprezzo del genere umano

Si legge nella lettera di 11 ex parlamentari: "'L'ingratitudine è una mescolanza di egoismo, orgoglio e stupidità', affermava Cartesio. 'Di norma, gli uomini sono stupidi, ingrati invidiosi, bramosi degli averi altrui; abusano della propria superiorità quando sono forti e diventano delinquenti quando sono deboli' - aggiungeva Voltaire"Vivaddio un pensiero coraggioso di uomini che rappresentano uomini, con conati di intero Paese. Tuttavia, più efficace pensiero sull'uomo sarebbe stato se avessero citato Arnobio di Sicca (255-327) o Lotario dei Conti di Segni (Papa Innocenzo III - 1160-1216), apologisti cristiani. Del primo, l'Adversus gentes (Contro i pagani), del secondo il De miseria humanae conditionis (Sulla miseria della condizione umana), sono straordinari esempi di invettive contro l'uomo e "modelli" a cui potevano ispirarsi. Si legge infatti nei loro libri il grande spregio dell'uomo (Arnobio), come "crudele, facinoroso, audace, temerario, irruento, cieco, finto, dissimulatore, menzognero, superbo, arrogante, avaro, cupido, libidinoso, incostante, debole, incapace di stare alle proprie decisioni". Ma anche (Lotario) che l'uomo è "putredine e il verme è il figlio dell'uomo... concepito dal sangue putrefatto per l'ardore della libidine, e si può dire che già stanno accanto al suo cadavere i vermi funesti". E ciò a causa del "coito quale sfregamento di un budellino e l'emissione di un po' di muco accompagnato da uno spasimo". Si legge ancora che "Duplice è la colpa che il concepimento comporta, una sta nel seme, l'altra in ciò che da questo seme nasce; la prima viene commessa e la seconda viene contratta. I genitori, infatti, commettono la prima colpa, la prole la seconda. Chi, infatti, non sa che il coito, anche se coniugale, non può mai verificarsi senza il prurito della carne, senza l'ardore della libidine e senza il fetore della lussuria? Per questo i semi concepiti insozzano, si macchiano, si corrompono, onde l'anima in questi infusa, contrae la tabe del peccato, la macchia delle colpe, la sozzura dell'iniquità". Come si vede, nell'avvalersi di Cartesio e Voltaire per "ripristinare la verità storica, fattuale e poi anche politica", gli ex parlamentari fanno manifesto uso di un non comune dileggio del genere umano. Ma poca cosa per il loro intento. Avvalendosi invece delle parole di Arnobio e Lotario, avrebbero potuto esprimersi con maggiore e non inescusabile parresia. 

sabato 10 agosto 2024

Cosa provo

Cosa provo? Annaspo nell'insensato, di questo consapevole da sempre. Inquieto e inesausto, tuttavia non so darmi pace con qualche azione risolutiva. Scilicet: affogo ogni giorno nel mare della realtà, senza smettere di sbracciarmi per stare a galla.

lunedì 13 marzo 2023

Verità

Dopo la verità enunciata da Sgalambro - il mondo senza l'uomo  - la mia, guadagnata già da tempo, si autocomprime e limita come in una camicia di forza. Non riesce ad essere enunciata giacché di essa fa parte la totale inutilità del farlo. Potrebbe dirsi inaccaduto evento. 

sabato 4 febbraio 2023

Razza umana

La violenza crea caos e l'ordine crea violenza. Così Wolfgang Sofsky. C'è aforisma migliore di questo dilemma, a favore della buona estinzione? (Benatar e Lanterna docunt). 

venerdì 27 novembre 2020

La parola del Buddha

E pensare in una fredda mattina che alla fine quello che conta è il senso pratico che si conferisce all'essere, meglio, all'esserci, per farsene guidare. Saggezza prima di conoscenza, φρόνησις prima di νόησις. Perché rincorrere ossessivamente la seconda, non fa venir meno il compito di assolvere alla prima. Qui vince il pragmatismo della parabola della freccia del Buddha. Conviene condurre nel modo meno cruento possibile la vita: a che serve, direbbe il Buddha, conoscerne prima soggetto, natura e direzione?

domenica 15 novembre 2020

Nichilismo umanistico

"Nichilismo umanistico" l'unico ossimoro che sento meno di discredere. Quantunque l'aggettivo rechi traccia di una giovinezza ricca di ideali e ardori da cui sentirsi esonerati per stanchezza e sfinimento etico e vissuti come scorie irriducibili del vivere. Ci vedo più Cioran e il suo lucido disincanto metafisico, che l'illuminazione predicata dal Buddhismo zen, così come pure da Krishnamurti. La verità come "terra senza sentieri" di quest'ultimo è pur sempre una verità che presuppone l'impegno a votarsi ad una radicale revulsione dell'essere e il "mira e l'hai perso" del Buddhismo zen è pur sempre un ammonimento che "mira" ad "attaccarsi" al non attaccamento. Il nichilismo umanistico solo invece, prende atto che due sono le cose per chi discrede ed è dotato di lucidità: o ci si toglie di mezzo e si chiude la partita o, se si rimane nel gioco della vita, tanto vale "attaccarsi" ai soli valori che ci son dati dall'orizzonte nel quale siamo stati "gettati" venendo al mondo. L'ultimo incantamento è quello dell'epicureo piacere catastematico proposto da Godani (Il piacere che manca, 2019). Ovvero quello consustanziale al mero fatto di vivere - certo meno sfiancante della ricerca di una qualsivoglia verità o valore. Spinge a spezzare la catena alla macchina produttiva capitalistica che in questa società  tardo moderna fa del desiderio il suo eterno motore. Forse una variante del mio nichilismo umanistico

sabato 14 novembre 2020

Coalescenza

Carestie, pandemie, guerre. Queste le dimensioni della Storia dell'uomo che segnano e spiegano la sua evoluzione, secondo lo storico. Parte però dalla fine del processo. Dimentica infatti la croce della finitudine individuale sulla quale ogni uomo sanguina inchiodato  dai  correlati elementi di difettività e dolore che, come goccioline coalescenti nel liquido della vita, si aggregano per ingrossare la prima. 

sabato 23 maggio 2020

Ebrezza impermanente

Stato di eccezione secondo l'ordine ontologico. La sovranità che ne risulta, sembra pacificare e donare ebrezza di liberazione. Ma tutto è caduco e transitorio e anche l'ebrezza di questo stato di eccezione come potrebbe sfuggire all'impermanenza?  

giovedì 7 maggio 2020

Biofilosofia

La coscienza è la malattia autoimmune dell'essere. Il nichilismo è l'attacco più devastante al suo sistema immunitario. La filosofia, il medico pietoso del vivere che, come dice il proverbio, rende la piaga puzzolente. 

domenica 3 maggio 2020

Andare illimite

Camminiamo insieme, stentamente tanto quanto avventurosamente. Quando si è in due, se uno cade, l'altro lo rialza, dice la Bibbia. Ma il nostro cammino non è la vita, è il suo bordo iridescente, dove non vige la legge della solidarietà ma quella della sopravvivenza. Camminiamo ai bordi e moltiplichiamo le nostre esistenze: sappiamo di poter cadere ma eleviamo alla massima potenza la finitudine delle nostre vite e i limitati segmenti del nostro sentire. La posta in gioco non è andare avanti, ma andare illimite.  

venerdì 1 maggio 2020

Invece sei morto

Un giorno ti prende e un altro ti lascia. Poi, pensi comunque di vivere e invece sei morto. Non lo sai, ma sopravvivi a te stesso. La morta gora ch'ha nome vita...

mercoledì 29 aprile 2020

L'attimo che viene

Viene da solo, non evocato, ma accolto positivamente come inaspettata benedizione, esperienza inemendabile. Un momentaneo stato di grazia ma non in senso etico o estetico bensì nel senso dello stato d'eccezione, del necessitas legem non habet. Sai che non ha a che fare con l'erudizione, con la scienza o la profondità noetica, né con qualche forma di intuizione geniale. E' riposata sospensione piuttosto che conseguimento. Immanenza non trascendenza. Sintesi di visione e sensazione propriocettiva. Con questa qualità: spazza tutto e per qualche istante stabilizza quell'inquietezza invincibile di cui parla Svevo. Viene come il nichilismo apodittico di un cosmo che si contrae improvvisamente colmando il bisogno di quella verità "senza sentieri" indicata da Krishnamurti. Forse è l'esperienza più prossima ad una sorta di nirvana "freddo", se esiste e così si può dire. Per un tempo indefinibile non c'è altro che patina confortante, soccorrevole. Non lascia strascichi, se non la memoria di un possibile  stato. Svanisce al primo fremito di vita, al sorgere della prima preoccupazione. Era libertà ineffabile? Saggezza inappropriabile? Come tutte le mattine e le sere del mondo.

lunedì 27 aprile 2020

Un grumo di nichilismo

Da quando sono in grado di pensare, mi porto dentro il monolite del nichilismo, pietra metafisica inscalfibile. Non sono solo, tra gli uomini. Altri nelle forme e nei gradi più diversi lo coltivano, consapevoli o no, come nucleo profondo e inconfessabile delle loro vite. Il nichilismo è come l'HIV dell'esistenza. Fa venir meno le speranze di cui Prometeo ha fornito l'uomo per fargli dimenticare il momento della sua morte e abbassa le sue difese immunitarie esponendolo alla letalità di una qualunque "infezione" della vita. È così che si capisce perché, esposti al virus di una banale contrarietà quotidiana, in modo imprevedibile, ci si possa togliere la vita. 

lunedì 16 marzo 2020

Virus sessuofobo

I timidi, i riservati, gli uomini schivi e asociali, massime i misantropi, dovrebbero gioire per l'utopia realizzata di città finalmente private di esseri in-umani, sempre rumorosi quanto rabbiosi, frenetici e incontinenti, spesso intruppati nelle folle nevrotiche e compulsive dei fine settimana dei centri commerciali. Gli esseri che qualcuno ha chiamato "automi spermatici" (Caraco). Eppure si da il caso, che questa specie di timidi e misantropi sia, in alcuni casi, composta anche da libertini... perbene. E qui casca l'asino, per loro, perché i vantaggi di una umanità resa inoffensiva da un virus che fa spopolare in poche ore intere metropoli, non ripaga dell'immenso danno causato, su un altro versante, da una profilassi sessuofobica, che lungi dal combattere solo il virus disattiva anche tutte le procedure e i meccanismi di seduzione tra i due sessi, rendendo impraticabili, se non patetici, i consueti convegni d'amore. 
Il virus dunque tra gli altri più ingenti ed epocali danni, causa anche quelli per cui passione e godimento diventano, oltre che di fatto impraticabili, anche fatti colposi ed esecrabili.


sabato 31 maggio 2014

Non pensare, danza!

Una ruga sul volto non afferma un concetto, disegna un'emozione. L'essere precari e impermanenti assolve la vita dal rigore e ci lascia soli nel labirinto. Una ruga, invece, citando Nietzsche, dice: non pensare, danza!
 

lunedì 24 febbraio 2014

Lucidità

Quando la tosse secca ti spacca la testa e non puoi respirare senza tossire, le cose si fanno più chiare ed essenziali. Alla base, c'è quella che Spinoza chiama la cupiditas (impulso e volontà coscienti), ovvero lo sforzo di  tutte le cose di perseverare nel loro essere "che ne costituisce l'essenza". Poi c'è, per spiegare tutta la storia dell'uomo, soltanto il dolore da cui rifugge e il piacere che cerca. Semplice e lucido. Vero ed essenziale, quanto una tosse che ti spacca la testa.