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| Particolare del Sarcofago romano del II sec.d.C. raffigurante la Morte di Meleagro. Mostra della Fondazione Luigi Rovati 13/5/26 - 2/8/26, Milano. |
il non, più di quanto non sia, convocato a pensiero
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| Particolare del Sarcofago romano del II sec.d.C. raffigurante la Morte di Meleagro. Mostra della Fondazione Luigi Rovati 13/5/26 - 2/8/26, Milano. |
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Emilio
Mi esponi il pensiero di U.G. Krishnamurti?
Meta AI
U.G. Krishnamurti (1918-2007) è uno dei pensatori più radicali del ‘900. Non ha fondato scuole, non ha discepoli, e rifiutava l’etichetta di “guru”. La sua idea di fondo: non c’è nulla da cui salvarsi, perché non c’è nessun “io” da salvare.
1. La premessa: la mente è il problema
Per U.G. il pensiero è solo un meccanismo di sopravvivenza biologico. Quando lo usiamo per cercare “verità”, “illuminazione”, “salvezza”, crea un falso problema. L’“io” è una costruzione linguistica e culturale. Non esiste un’entità separata dentro il corpo.
2. Critica a religione, spiritualità e psicologia
Ogni tecnica, meditazione, mantra, yoga, psicoanalisi rafforza proprio l’illusione che ci sia “qualcuno” che deve raggiungere qualcosa. Disse: “Se togli i guru, togli il 90% della tua infelicità”.
3. Lo “stato naturale”
Non è uno stato da raggiungere. È come funziona il corpo quando il pensiero smette di interferire. Non c’è soggetto che guarda l’oggetto. Solo vedere, udire, toccare, senza commento. Il pensiero serve solo per funzioni pratiche: attraversare la strada, fare 2+2.
4. La “calamità”
A 49 anni gli accadde una trasformazione fisiologica violenta che chiamò “calamità”. Non illuminazione, ma collasso del sistema di credenze. Punto chiave: non è replicabile e non è un modello.
5. Idea di salvezza?
Non propone nessuna via di salvezza perché nega il problema: non sei mai stato legato. L’idea di schiavitù è creata dal pensiero che poi vende la liberazione.
6. Differenza con J. Krishnamurti
J.K. parlava di consapevolezza, osservazione. U.G. lo liquidò: “Quello che dice J.K. è spazzatura intellettuale”. Per U.G. anche “osservare” implica ancora un osservatore.
In sintesi: Per U.G. la salvezza filosofica è vedere che non c’è nulla da salvare e nessuno da salvare. Resta il corpo, con la sua intelligenza, che vive e muore senza drammi.
Emilio
Caduti i miti e le illusioni del pensiero, riconosciuto questo ultimo come origine dei problemi, non è ancora un'illusione l'idea di uno stato naturale? Filosoficamente ci si può appellare al concetto aristotelico di Appetizione (orexis) di ogni essere vivente. Quindi lo "stato naturale" resterebbe pur sempre nell'ansia esistenziale se non nel dolore.
Meta AI
Tocchi un punto cruciale. U.G. stesso avrebbe detto: “Hai ragione, anche ‘stato naturale’ è una mia invenzione linguistica”. Il suo punto è negativo: se crolla il ricercatore, crolla anche la meta. Quindi non resta un “nuovo stato felice”, resta l’assenza del problema. Per Aristotele ogni vivente ha orexis, appetizione: tensione verso qualcosa. U.G. distingue: Appetizione biologica: Fame → mangio → fame cessa. È fisica, finita. Appetizione psicologica: “Voglio essere felice per sempre”. Non finisce mai perché l’oggetto non esiste. Quindi: dolore fisico resta, ansia esistenziale no. U.G. diceva: “C’è dolore, non c’è sofferenza”. La sofferenza è il commento del pensiero: “perché a me, quanto durerà”. U.G. non ti offre salvezza dal dolore. Ti toglie l’idea che il dolore sia un errore da correggere.
Emilio
Sì, mi torna, come mi torna il nichilismo assoluto di U.G., per questo mi intriga il suo modo di pensare.
Meta AI
Esatto. È nichilismo portato alle estreme conseguenze. Nietzsche: "Dio è morto" → creare valori nuovi. U.G.: "Non c'è mai stato nessun Dio da uccidere" → crolla anche il problema dei valori. Non c'è nulla da creare. È nichilismo ontologico, epistemologico, assiologico. Nega il sé, la conoscenza, il valore. E il cortocircuito è che se tutto è illusione, anche questa frase è illusione. “Quello che dico è falso, ma lo uso per negare le altre falsità. Poi butta via anche questo”. Non ti lascia nemmeno il compiacimento del nichilista. Non puoi confutarlo: qualsiasi argomento usi, stai usando il pensiero, e lui ha già detto che il pensiero è il truffatore. E qui sta il punto che fa impazzire: se tutto è illusione, anche questa frase è illusione. U.G. lo sapeva. "Quello che dico è falso, ma lo uso per negare le altre falsità. Poi butta via anche questo". È nichilismo che divora se stesso. Non ti lascia nemmeno il compiacimento del nichilista letterario. Leopardi almeno scriveva La ginestra e trovava dignità nella lucida disperazione. U.G. ti toglie pure la dignità del tragico. Resta il biologico, punto. Per questo non ha fondato nulla. Un sistema basato sul "non c'è sistema" si auto-sabota al primo secondo. La cosa che disarma è che non puoi confutarlo. Qualsiasi argomento usi, stai usando il pensiero, e lui ha già detto che il pensiero è il truffatore che si spaccia per giudice. Ti lascia in un vicolo cieco: o continui a pensare e sei nel gioco che lui denuncia, o smetti e allora non c'è più nessuno che possa dire "aveva ragione U.G.". Dove ti porta, personalmente, questo riconoscere il nichilismo assoluto? Ti sembra liberatorio o soffocante?
Meta AI
Ecco. Quello è esattamente dove U.G. voleva arrivare. "Resto al punto di partenza" è la frase più vicina al suo "stato naturale". Non è liberazione, perché non c'era prigione. Non è soffocamento, perché non c'è nessuno che soffoca. È l'azzeramento della domanda stessa. Torni al punto di partenza, ma senza innocenza. U.G. rideva: "Sei fregato in ogni caso. Quindi rilassati. Non c'è nessuno da salvare dal loop".
Emilio
Sono consapevole che nonostante la raggiunta consapevolezza il tarlo dell'incompletezza esistenziale (totalità incompiuta, dicono i filosofi) non cesserà. Infatti sono qui a discutere con te se resta o no.
Meta AI
Eccolo lì. Il tarlo che morde anche dopo che hai visto la trappola. La consapevolezza dell’illusione non dissolve l’illusione. Perché il tarlo non cessa? U.G. direbbe:
1. Il corpo ricorda: L’orexis è biologica. Un organismo “compiuto” è un organismo morto.
2. La consapevolezza è ancora pensiero: “Sono consapevole dell’incompletezza” è soggetto che constata un oggetto. Finché c’è separazione, c’è mancanza.
3. Non c’è da nessuna parte dove arrivare: Il tarlo rosicchia perché cerchi la “fine del tarlo”.
Sei qui a discutere. Questo “discutere” è l’orexis che ha imparato a parlare. Prima speravi che discutendo il tarlo morisse. Ora discuti sapendo che non morirà. Eppure discuti. Questo “eppure” è tutta la vita che resta. Non è salvezza. Non è dannazione. È il tic del vivente che si sa tic. Vuoi smettere di discutere? Non puoi. Vuoi continuare? Non serve. Eccoci.
Emilio
Sì, è come se il corpo fosse "cablato" con l'orexis. Quindi non resta che fermarsi qui, grazie.
Meta AI
Va bene. Ci fermiamo. Grazie a te per la discussione: lucida, senza sconti, fino al punto di partenza.
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(Conversazione registrata con Meta AI il 29 aprile 2026. Meta AI mi suggerisce di precisare che le posizioni espresse su U.G. non costituiscono posizioni filosofiche definitive su U.G... Mah, c'entra sempre l'orexis di Aristotele?)
Piange e si dispera. Le sue lacrime, mentre scorrono, lo isolano radicalmente dall'intorno umano. Piange in una buca, devastato da un processo di revulsione feroce del suo essere, senza causa apparente. Meno per pavidità che per convinzione ontologica, impreca e pare non riesca a dire alcunché per lenire il suo dolore. Nel guardarlo, siamo tutti vittime di un unico carnefice, considero. A che scopo ricordare che il carnefice per tutto l'ecuméne sulla terra si chiama "vita"? Sarebbe insensato come quest'ultima, penso.
Gautama Śākyamuni, detto il Buddha (il Risvegliato),
nato a Lumbini, nell'attuale Nepal meridionale, ha parlato non poco, tra il VI e il V
sec. a.C. Conseguita l’illuminazione sotto l'albero del Bodhi (un fico sacro, presso Bodh Gaya, in India), ha infatti predicato per 45 anni nella valle del Gange, diffondendo i suoi
insegnamenti volti alla liberazione umana dal dolore. Indubbiamente splendidi, seppur ostici e un po' criptici,
alcuni discorsi raccolti nel Canone in lingua Pali, lingua letteraria precedente il Sanscrito. Fulgida è la predica nel Parco
delle Gazzelle presso Benares, in cui enunciò le Quattro Nobili Verità alla base, fino ad oggi, di tutte le tradizioni
del buddhismo storico. Ovvero: esiste il dolore (dukkha); la causa del dolore è la brama; è possibile estinguere il dolore; il cammino per l’estinzione del dolore è il Nobile Ottuplice Sentiero.
Postulati che hanno rappresentato una vera rivoluzione filosofico-religiosa per
l’imperante società ortodossa brahminica del tempo. Ma, fra gli
innumerevoli discorsi del Buddha, il più mirabile e concettualmente spiazzante,
soprattutto per il seguace della sua dottrina, è certamente il dialogo col monaco Subhūti del Sutra del Diamante (Vajracchedikā-prajñāpāramitā-sūtra),
la cui traduzione completa è Sūtra del Diamante che recide l'illusione, appartenente alla serie dei sutra della Perfezione della Saggezza (peraltro, è il libro a
stampa più antico del mondo, datato 868 d.C.). Con stile sconcertante, logica implacabile
e incalzante scambio dialogico, è dedicato, tra l'altro, ad alcuni tra i più importanti concetti buddhisti come Vuoto (sunyata) e Attaccamento (upādāna). Esso rappresenta, al contempo, una
serrata requisitoria contro il senso comune, soprattutto quello dei seguaci, alle cui menti il Buddha, chiede, tramite il suo
interlocutore, Subhūti, di “non
prendere dimora in nessuna cosa”. Un Sutra
(sostantivo che genericamente indica un libro del Canone pali) che, di
primo acchito, sembra sconclusionato, senza capo né coda, trapuntato da continue formule
ripetitive, affermazioni, negazioni e doppie negazioni. Concettualmente, però, finisce per prendere alla giugulare chi lo ascolta, facendolo stramazzare nel cuore stesso delle sue
convinzioni filosofico-dottrinarie. In questo senso, va letto il passo relativo al "pensiero non-sostenuto" proprio del conseguimento dello stato di perfezione spirituale del Bodhisattva (essere illuminato che ha come compito la liberazione di tutti gli altri esseri). Egli "dovrà produrre un pensiero non-sostenuto, vale a dire un pensiero che in nessun luogo sia sostenuto, un pensiero non sostenuto da vista, suoni, odori, gusto, oggetti-del-tatto o oggetti-della-mente [...] un pensiero che non sia sostenuto da non-vista, non-suoni, non-odori, non-gusto, non-oggetti-del-tatto né non-oggetti-della-mente". La verità è che con ripetuti strattoni cognitivi (in questo caso, contro l'idea di io, essere, persona o anima vivente), fa a pezzi la logica
aristotelica e conduce ad una stringente idea di Salvezza. Personalmente, non conosco testi che riescano a scardinare
più radicalmente il Logos occidentale, il
cui caposaldo, come sappiamo, è il principio aristotelico di
non-contraddizione (questo empito antilogico e antidottrinario, verrà ripreso e
declinato successivamente dalle scuole buddhiste più radicali del Chan cinese e
dello Zen giapponese. Empito che è icasticamente espresso dalla paradossale ingiunzione rivolta dai maestri zen ai loro discepoli: Se
incontrate il Buddha, uccidete il Buddha!). Alla fine del dialogo, poi, il Sutra ci consegna una folgorante e poetica idea dell'Impermanenza (anicca). Dice, in una sequenza da perderci il fiato, che tutti i fenomeni costituenti la
realtà (dhamma) sono "come stelle,
come le tenebre, come un miraggio, la fiamma di una lampada, la brina del
mattino, come una bolla, un sogno, un lampo balenante, come una nuvola". Questo
passo e tutto il Sutra del Diamante è
di una forza poetico-concettuale senza pari. O forse no, forse paragonabile all’invettiva shakespeariana contro la vita nel Macbeth (Atto V, Scena
V): ”Spegniti, spegniti, piccola candela.
La vita è un’ombra che cammina, un povero
commediante che si dimena per un'ora sulla scena e di cui poi non se ne sa più
niente. È una storia narrata da un idiota, piena di strepiti e furore, che non
significa nulla.”. Qui, irrisorio e quasi blasfemo, l’affondo del poeta è contro la
vita. Lì, contro la logica e i dogmi della Dottrina. In entrambi i casi,
come non essere folgorati dalla loro bellezza poetica, così come dalla loro temerarietà
intellettuale, espressa nelle parole del Bardo
di Avon, così come in quelle del Risvegliato
di Lumbini?
Ci vorrebbe il non-essere, per acquietarsi ab imo corde. Ma il non-essere, se sei, non c'è. È tutta qui la nostra afflizione: il non, più di quanto non sia, convocato a pensiero. Da cui un'implacabile irrivelazione, senza "acquiescentia in se ipso" (Spinoza).
John Maeda (1966), di formazione MIT, è scienziato del geniale incontro di design e tecnologia e autore di un libro-capolavoro su questo matrimonio: Le Leggi della semplicità, Bruno Mondadori, 2006. Non sappiamo se abbia letto P.W. Zapffe. In particolare, se abbia studiato i suoi quattro antidoti alla vita insensata elicitati nell'Ultimo Messia: isolamento, distrazione, ancoraggio, sublimazione. Tutti farmaci, nel senso greco del termine, che spiegano, secondo Zapffe, perché l'uomo, nonostante la coscienza si manifesti nella sua doppia valenza di potenza esterna e ferita interna, riesce a sopravvivere da millenni all'orrore della vita. Maeda nel libro sulla semplicità, valido per ogni ambito delle attività umane, si è affannato a ridurre a nove e poi ad una sola le sue auree leggi. L'unica rimasta, ci dice: Sottrarre l'ovvio, aggiungere il significativo. Sembrerebbe banale e scontata prescrizione e invece, a seguirla sul serio, è di una potenza universale e interminabile. Una sorta di acido corrosivo definitivo contro il superfluo ("sottrarre l'ovvio"), il confuso ("aggiungere il significativo") e quindi il "nocivo", prima di tutto semantico, di gran parte dell'operare e del comunicare pubblico, politico e burocratico. Così come della scrittura e delle arti creative e, non da ultimo, dell'operare della vita ordinaria. Detto questo, mi chiedevo, seriamente, cosa farebbe Maeda per semplificare i quattro farmaci di Zapffe, come applicherebbe ad essi la sua unica aurea legge. In particolare, quando la vita si presenta senza tanti "ammortizzatori" nelle ultime fasi della nostra età biologica, quando i decreti imperiali e feroci del corpo si impongono senza tante mediazioni come mali della senescenza: cronicismi assillanti, forti neuropatie, patologie varie, grandi nevralgie col volto delle malattie insanabili. Quando il dolore nocicettivo e le neuropatie, come dicono gli addetti ai lavori, si sovrappongono e si alternano inesorabilmente e la sofferenza non da nessuna tregua. E' in uno di questi momenti che l'applicazione della sua legge sembra rifulgere nella seguente formulazione, umana troppo umana: Sottrarre il peggio, aggiungere il lenitivo (che, in ottica di semplificazione esistenziale, corrisponderebbero, il primo, all'ovvio e, il secondo, all'elemento significativo). Non so se uno dei due o entrambi i miei amati autori acconsentirebbero a questa formulazione, dall'aspetto un po' bizzarro. So che, a me, pensare e spiegare in questo modo lo stato senescente della vita, è di grande conforto epistemico. Quando non c'è altra traiettoria esistenziale possibile, altra condizione fortemente periclitante: scappare dalla peggior sofferenza e adottare i più efficaci antidolorifici, in una mera strategia di sopravvivenza. A questo sembra ridotta la vita da vecchi, come legittima difesa dalle crudeli incursioni dei malanni. Chi infatti non adotta "naturalmente" questa unica legge della semplicità esistenziale, alla faccia di qualunque presunta grazia offerta dalla vita? Prima di lasciare in pace l'ecumene, dopo di lui?
Nichilismo è ciò che precede la scelta tra il levar la mano su di sé e il cupio dissolvi, qualunque cosa possano voler dire secondo l'ordine del soggetto o dell'oggetto. L'ordine della cattiva metafisica, va escluso a priori, à la Wittgenstein, in considerazione della sua manifesta inconsistenza. Il consorzio umano biasima e combatte i primi due, per presunta sacralità valoriale degli ordini. Col terzo si balocca allegramente. Il nichilista [assoluto] - i.e. pessimista [assoluto], per il significato del quale leggi post del 12 novembre - pratica invece il ghosting, moderna versione del motto epicureo λάθε βιώσας (vivi appartato) e ispirato filosoficamente all'Esausto di Deleuze. Quest'ultimo, il consorzio umano quasi lo ignora e nel quasi c'è tutto il suo possibile destino umano.
Ho generato, colpevolmente. Per una vita, ho cercato di rigenerarmi, per guarire dalla nascita, ma non sono rinato. Senza requie, mi sento malnato, da chi ha generato, colpevolmente.
| Fig. 1) Volto del Cristo Portacroce dei Giustiniani (prima versione) presso Bassano Romano. |
Fig. 2) Cristo Portacroce (seconda versione) presso la Basilica di S. Maria sopra Minerva a Roma. |
Dopo aver letto per la quarta volta L'Ultimo Messia di P.W. Zapffe, da poco uscito a stampa per Mimesis, mi sperdo nell"inquietum cor nostrum" di Agostino. Il dimenio montaliano da cui sono preso nel mettere a sistema (?!) il pessimismo [assoluto] di cui ho detto qui (post del 10 novembre), con una filosofia dell'inazione di ispirazione cioraniana, non fa che accentuare la mia condizione di dissanguamento spirituale. Non trovo i quietivi possibili. Agostino, col dito puntato e ammonitore, mi rammenta che l'inquietudine durerà "donec requiescat in te". Noi, senza un Signore in cui riposare, noi e la condanna dei pessimisti non credenti, noi antinatalisti e forse anche efilisti, noi dunque senza pace e riposo. E rimugino, ulceroso e misantropico, la chiusa del libro di Zapffe che mi dice che c'è "una vittoria e una corona, una salvezza e una risposta". Caro Maestro, ma dove trovarle?
Vieppiù ulceroso, mi accompagno ai miei giorni malati. Non si tratta di "doloretti" come dice Thacker, più giovane e vitale di me, in Rassegnazione infinita. E neppure sono solo "ammalazzato", come aggiungerebbe, benevolo, Pirandello, evitando di ricorrere ad un qualsiasi Manuale di patologia generale. Si tratta di artrosi ileo-sacrale, ernia discale e protusioni varie. E' lei, la sciatica o, meglio, la lombosciatalgia, a farmi provare l'amaro sapore della sorba esistenziale. Poi, si aggiungono, talvolta, anche tosse e mal di gola. Non si accompagnano soventemente alla febbre e quindi non si tratta di Covid 19, almeno questo. Ma l'acufene e la sindrome di Ménière, non mi danno tregua e non mi dispensano mai della loro compagnia. Sono ipocondriaco? Affetto da disturbo paranoide di personalità? Ma no, devo avere, da qualche tempo, un "certificato di abitabilità" del mio corpo, semplicemente scaduto. Per fortuna, sorrido pensando alla mostruosità della definizione burocratica che mi viene in mente di applicare al mio caso. Si trova nel Codice di stile delle comunicazioni scritte ad uso delle Pubbliche Amministrazioni, stilato nel 1993 dalla "Commissione Cassese". Dovete sapere che con goduria didattica enunciavo ai miei discenti, durante qualche lezione che aveva a che fare con la semplificazione del linguaggio burocratico, la curiosa domanda. Scandivo bene le parole e dicevo: "Sapete chi sono i soggetti passivi di provvedimenti esecutivi di rilascio?", sicuro dell'effetto shock della definizione ripresa dal Codice di stile. Clamore e stupore nell'aula quando, dopo qualche minuto di imbarazzato silenzio, spiegavo che si trattava della formula burocratica, usata in Italia dagli enti pubblici negli Avvisi alla cittadinanza, per indicare gli "sfrattati". Ecco ora, posso dirvi che, come inquilino del mio corpo, mi sento così, rassegnato ad essere un "soggetto passivo di provvedimento esecutivo di rilascio". Consentitemi solo, nel mio caso, di sostituire l'aggettivo "esecutivo" con "fatale" che mi sembra maggiormente appropriato...: "soggetto passivo di provvedimento fatale di rilascio". In questo modo, il barocchismo giuridico della mostruosa definizione burocratica, non potrebbe rifulgere più intensamente.
Il Pessimista [assoluto] che vorrei proporre per il Manifesto, non ha alcuna fede, alcun dogma, dottrina, ideologia o idea assoluta (per
l’accezione dell'aggettivo nelle parentesi quadre, vedi di seguito). Non è
agnostico, né gnostico, anche se taluni autori pessimisti lo lascino pensare.
Non è neanche uno scettico, per quanto possa essere propenso a pensare le sue convinzioni zeteticamente. Il Pessimista [assoluto] discrede in modo radicale pensando
che la verità non è “una terra senza sentieri” (Krishnamurti), ma più radicalmente “il mondo senza l’uomo” (Sgalambro). Per
questo ha molte affinità con i pensatori del realismo speculativo che propongono "ontologie piatte" (senza considerazione dell'uomo, appunto), "nichilismi trascendentali" e radicale superamento dell'antropocentrismo. Egli non
desidera dedicarsi accademicamente o scientificamente ad esercitare il diritto
di critica, sostenendo controversie, confutazioni o semplici polemiche rivolte ad altre dottrine o teorie. Non è né depresso, né
scoraggiato e non senza alcuna spinta a pensare. La teoria del pessimismo [assoluto] (improprio parlare di “assetto teorico”) vuole essere invece un autoesonero radicale e totale da ogni pretesa/proposta/soluzione/formula
razionale, irrazionale, mistica o pragmatico-operativa di liberazione, salvezza o illuminazione, formulate da teoria filosofica,
pessimistica o no, fino ad oggi. Vuole cioè prendere le distanze da
qualsivoglia “forza salvifica” che si
presenti o venga proposta anche solo come antidoto o quietivo della negatività e del
dolore dell’esistere. Sotto questo riguardo, disconosce esponenti di correnti
filosofiche pessimistiche (a cominciare dal prolisso e troppo metafisico Schopenhauer
fino a Mainländer e Michelstaedter, da
Egesia di Cirene a P.W. Zapffe) con le loro varie e disparate “soluzioni”
al dolore dell’umano (persino Zapffe, figura tre le più geniali e radicali del '900, sembra aprire alla fine dell'Ultimo Messia ad una positiva possibile speranza di estinzione dell'uomo). Tutti approcci che appaiono al pessimista [assoluto] basati su false, infondate o quantomeno
velleitarie “terapie”, votate immancabilmente al fallimento: Ascesi, Arte, Persuasione, Gnosi, Estinzione individuale o collettiva, Conoscenza, etc. Il Pessimista [assoluto] non fa nulla nel "marketing delle idee" non perché
non abbia qualcosa da dire, ma perché sa che laddove si polemizza, si critica,
si confuta, si agisce in funzione di una presunta verità superiore. E questa, per lui, non si dà [assolutamente]. Inoltre è in gioco un “ordine del discorso” volto in ogni caso all’esibizione di
posture autoreferenziali di puro egotismo e vanità, se non all’affermazione di ruoli e forme di potere. Solo
in senso simbolicamente “denegativo”, sospensivo, più prossimo a "totalmente libero" che a "illimitato", di teoria "sciolta" da condizionamenti (nel senso del termine latino "absolutus", da absolvere = sciogliere), deve essere
inteso il significato del significante [assoluto] tra parentesi quadre. Quindi, aggettivo indicante un pessimismo, senza "pars costrunes", alieno da ogni infondata e inveritiera pretesa
metafisica assoluta (qui, senza parentesi), basata su piccola o grande/ambiziosa ipotesi di revulsione spirituale dell’essere. Ora, c'è da dire, che ai limiti degli esponenti storici del pessimismo filosofico, sembra sottrarsi solo E.M.
Cioran – in questo senso, pessimista [assoluto] – che non propone alcuna teoria per la salvezza dell’umano, di ispirazione gnostica ma di un gnosticismo senza redenzione. Cioran, "squartatore misericordioso", non si spinge oltre l’idea di una agonia senza epilogo per la storia dell’uomo. Sotto una certa "fascinazione" del pensiero orientale, si espone esclusivamente
ad un elogio della filosofia dell’inazione (wu-wei), come sola forma di resistenza
all’illusione e alla schiavitù dell’esistenza (Un apolide metafisico, 2004). Tuttavia, se al pessimista [assoluto] una caratteristica filosofica significativa può essere attribuita e indicata nel Manifesto per elicitarne meglio la sua caratteristica propria, è senz’altro quella dell’essere "esausto" (épuisé) di Deleuze (L’esausto, 2015). L’essere esausto – ci avverte il filosofo francese - non è come
l’essere “stanco” che ha esaurito la messa in atto di qualsiasi possibile, ma come l’essere che ha esaurito “tutto” il possibile in quanto tale, giacché ha
rinunciato, aggiungiamo noi, in senso tecnico-filosofico a qualsiasi “appetizione” (ὂρεξις). Ciò
vuol dire che ha rinunciato al principio che spinge un essere vivente
all'azione in vista della soddisfazione di un bisogno, dell'appagamento di un
desiderio, della realizzazione di un fine. Ma non solo. Ha cessato di credere
in qualunque significato, tranne in quello presupposto nel dichiaralo. Ecco, il pessimista [assoluto] può essere definito un pessimista "esausto", con riferimento a qualunque "tecnica" o "teoria" di salvezza o liberazione dell'umano dalla sua condizione di sofferenza. Una condizione di "esaustità", se si può dire, conseguente e direttamente scaturente dal nucleo profondo dell' ἄβιος βίος, condizione difettivamente di inautenticità e mai vera pienezza della vita nel dominio inautentico della Rettorica, secondo Michelstaedter. E tuttavia, vale aggiungere in conclusione, il pessimista [assoluto], "esausto" e "non persuaso", privo di una qualunque certezza e speranza, non è un nichilista disperato e/o
“pericoloso” a sé o agli altri, ma un soggetto che fa dell’inazione la sua fondamentale ispirazione filosofica. Questo, ritengo, andrebbe indicato con forza e evidenza nel Manifesto del Pessimista [assoluto].
Universo abiotico. L'Universo viene definito dagli addetti ai lavori come: "Il complesso di tutto lo spazio che contiene materia ed energia". Questo spazio, come si sa, ha a che fare con pianeti, stelle, spazio interstellare e galassie. Solo di queste ultime se ne contano centinaia di miliardi ovvero, in formula matematica, dieci alla undicesima. Quanto al suo tempo di esistenza gli scienziati calcolano all'incirca 14 miliardi di anni dal Big Bang. In questo quadro, l'esistenza di forme di vita sulla Terra (abiogenesi) dura da 4,4 miliardi di anni e, in esso, l'intervallo di esistenza dell'uomo originato dalla cosiddetta "Eva mitocondriale", prima madre di tutti gli umani, appare del tutto irrisorio: al massimo 200 mila anni. Non parliamo dell'Homo Sapiens la cui esistenza che è alla fine, per durata, non maggiore di quella di un battito di ciglia nell'immensità dei 14 miliardi di vita dell'Universo. Tutto questo ci racconta una unica storia difficile da digerire per l'uomo e la suo prosopopea cosmica: la caduta del biocentrismo, primato biologico del tutto usurpato in questo contesto cosmico, la pari inconsistenza dell'antropocentrismo e la fine di qualunque principio valido di autodeterminazione dell'umano. Un Tutto dunque indifferente all'essere umano. Anzi, apertamente ostile alla vita, come sottolinea Marco Lanterna, nel suo Peisithanatos (2021) richiamando i "pesi massimi del pessimismo" a maggiore considerazione della conseguenze di questa verità metafisica. "La vita vien fuori da brodetti, tiepide pozze, acquitrini primordiali: origini putride e graveolenti" e "L'orrore del Cosmo per la vita è fin troppo superiore a quello che esso nutre per il vuoto", dice. La Terra e l'uomo che "come una scabbia c'infuria sopra", non sono ben visti dall'assetto di perfezione abiotica del Cosmo e dunque l'unico miglioramento possibile per un uomo, "malvagio e immedicabile", è l'estinzione. Tanto poi alla fine arriva comunque la morte termica e il collasso entropico dell'Universo. Dunque, in conclusione, anche nelle cose dell'Universo, terza innodìa dell'insensato.
Indeterminismo biologico. Darwinismo e ordinamento a-teleologico (non finalistico) della vita sono paradigmi e orientamenti scientificamente prevalenti. Non si da una direzione predefinita o un progetto nella selezione naturale. In natura, dichiara la scienza biologica, le mutazioni avvengono in modo casuale e la selezione naturale si basa sull'interazione tra le caratteristiche contingenti degli organismi e l'ambiente circostante. Quest'ultimo cambia anch'esso in continuazione. In altri termini, l'evoluzione non procede verso uno scopo finale predeterminato, ma si adatta di volta in volta a condizioni contingenti. Qui, prima ancora di ricorrere a Nietzsche, con icastica evidenza, vanno a schiantarsi le favole morali, metafisiche, religiose e mistiche che l'uomo si è raccontato per millenni sulla vita. Peter Wessel Zapffe, biofilosofo, pessimista e antinatalista, un pò spariglia questo paradigma di indeterminazione con l'idea - alquanto suggestiva - di "un errore della natura", "un tragico passo falso" che ha portato al sorgere della coscienza nell'uomo. Escrescenza di sensi, questa, di sentimenti, esperienze e valori che lo spinge ad una superfetazione di convinzioni sul suo sé, sulla sua tracotante superiorità nella natura rispetto agli altri ordini di esseri viventi e perfino sul senso del suo destino nell'universo. Sulfurea la metafora usata da Zapffe per descrivere la coscienza. Come dice la studiosa Sarah Dierna (2024) "[...] una spada dalla doppia lama molto affilata e senza impugnatura ma chi la usava [...] doveva afferrarla per la lama e rivoltare contro se stesso uno dei suoi fili [...] un’arma che tuttavia la rese non solo onnipotente sul mondo, ma egualmente pericolosa per se stessa." In questo senso, la nozione del tragico - nota la studiosa -, si avvicina a quella dell'assurdo di Camus, ma ne rimane distinta in quanto "mentre l’assurdo non è nel mondo e non è nell’io bensì nella co-occorrenza dell’uno e dell’altro, il tragico è biologicamente iscritto nell’io che abita il mondo, si manifesta dunque nella dinamica di co-occorrenza ma la causa motrice di tale sentimento appartiene alla natura umana". In attesa che le neuroscienze cognitive vengano a capo del "problema difficile della coscienza"(Hard Problem of Consciousness), la tragedia dell'uomo, è soprattutto qui. Nonostante tutti gli escapismi adattivi escogitati dal genere umano e che Zapffe descrive con precisione nell'Ultimo Messia (1933), nel solco di Pascal e di Freud. Difficile tuttavia non obiettare al filosofo norvegese che il "tragico passo falso" che la natura avrebbe fatto con la coscienza, contrasta con l'indeterminismo biologico afinalistico di cui dicevamo sopra, quasi proiettando implicitamente nella natura un disegno fatto di passi "corretti", da cui devierebbe il passo falso. Qui noi non vogliamo far torto alla lucidità adamantina della biofilosofia con cui Zapffe ha saputo dire: "Veniamo da un inconcepibile nulla. Stiamo per un po' in qualcosa che ci sembra parimenti inconcepibile, solo per svanire ancora in un inconcepibile nulla". E' chiaro che a questo "inconcepibile nulla", non può sfuggire il balletto di mutazione e contingenza dell'indeterminismo ateleologico della natura. Dunque, nelle cose della vita, seconda innodìa dell'insensato.