“La cosa più vicina all’assassinio che ho visto è il parto. […] È vero, è un assassinio. Il bambino è come un beato. Il primo segno di vita è l'urlo di dolore. […] quando l'aria arriva negli alveoli polmonari del bambino, è una sofferenza indicibile e la prima manifestazione della vita è il dolore. È più di un grido. Sono le urla di uno sgozzato, le urla di una persona che viene uccisa, che viene assassinata.” Queste parole di Marguerite Duras rappresentano a mio parere una delle più coraggiose forme di parresia letteraria del XX secolo. Parresia che squarcia i pregiudizi e le narrazioni edulcorate del parto. Tanto schiette quanto supreme, realistiche e quasi feroci. Leggendone la citazione in una recensione su Doppiozero del libro di Jamieson Webster Sul respirare, ho pensato alle parole di Peter Wessel Zapffe che indicano nelle levatrici e nelle balie l’avanguardia di coloro che “seppelliranno sotto le loro unghie” L’Ultimo Messia, quando avrà pronunciato parole di salvezza per l’umano. Evidenti ma diverse declinazioni di antinatalismo, nell’uno e nell’altro caso. Profetico e consolatorio, se non illusorio, nel secondo: “Conoscete voi stessi; siate sterili e che ci sia pace sulla Terra dopo il vostro passaggio.” (Zapffe). Vero e crudo fino alla provocatoria brutalità, nel primo: “le urla di uno sgozzato, le urla di una persona che viene uccisa, che viene assassinata.” (Duras). Dove la letteratura vede con verità l’atrocità della vita così com’è e non la sta a pensare vera come la filosofia.
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