Ecclesiaste: tutte le parole sono logore
"Occhi senza palpebre". Così qualcuno ha detto icasticamente a proposito della lucida consapevolezza di chi, come il Sapiente Qohélet (L'Ecclesiaste), ha visto con occhi lucidi e aperti come stanno le cose su questa terra per il vivente umano. Questo "anomalo" libro della Bibbia sembra sia stato composto nella Giudea del III sec. a. C. Libro "sapienziale", così definito sia nella cultura ebraica che in quella cattolica e considerato tra i testi canonici dell'Antico Testamento dalle prime comunità cristiane, prima del Concilio di Nicea del 325 d.C. E ciò a dispetto del fatto che nei 12 capitoletti di cui si compone si fa con apodittica sicurezza impietoso strame della sapienza. Tra i numerosi altri, basti citare i versetti: "Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho capito che anche questo è un correre dietro al vento. Infatti molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere accresce il dolore" (Qohélet 1, 17-18, trad. CEI 2008). Ermeneutica teologica, filologia sacra, pensiero filosofico cristiano ed ebraico, si sono esercitati nel non facile compito di ricavare, desumere, esplicitare in qualche modo e, soprattutto, aggiungere al libro, non senza acrobatiche interpretazioni edificanti, una pars costruens alla perentoria pars destruens. Nonostante l'implacabile crudezza delle sentenze contenute in esso, che di salvezza o "pienezza" escatologica della vita dopo la morte non fanno alcun cenno. Ovvero non si parla di quella linea non ciclica volta al finale giudizio divino, propria della filosofia della storia del cristianesimo, linea escatologica che la distingue dalle filosofie ellenistiche e che invece secondo alcuni interpreti hanno esercitato una forte influenza storico-contestuale sull'Autore del testo biblico. Pars destruens, a parte i generici inviti al timor di Dio, che lascia senza appello la condanna della vita, dicevamo: vanità delle vanità, fame di vento, infinito vuoto, infinito niente, secondo alcune delle traduzioni più accreditate dell'espressione ebraica "hevel havalim". Molti secoli prima della sua "miserabile sporcizia", esecrata nel concetto di contemptus mundi di eminenti figure della storia della Chiesa (Arnobio di Sicca, Agostino, Lotario dei Conti di Segni, segui qui di ciascuno i tag al fondo del post). Nel Qohélet la vita è indicata per ben 38 volte nella sua vanità, precarietà, caducità, inconsistenza: "Un infinito vuoto/ Un infinito niente/ dice Qohélet,/ Tutto è vuoto niente/" (trad. del 1970 di Guido Ceronetti dei versetti 1,2). E non parliamo del messaggio radicalmente antinatalista, forse quello dal tono biblico più paradossalmente "anticristiano": "E dico i morti già nella morte/ Felici più dei vivi/ che sono vivi ancora/ E più felice di loro/ Chi non è ancora stato/ E il male che si compie sotto il sole/ non ha veduto" (4, 2-3). E che dire poi del versetto 22 del capitolo 3: "E altro bene non vedo/ Per l'uomo che il piacere/ Sùbito dai suoi atti/ Questa è la sua parte/ perché godere del dopo/ Non potrà più". Più che Epicuro qui non si può non intravedere la filosofia del "piacere immediato" dei filosofi Cirenaici (V-IV sec. a. C.). Influenze ellenistiche o no, ermeneutica teologica o no, alla mia lettura, confesso, avvenuta solo nella mia matura età, questo libro filosoficamente schianta il lettore, credo, come ha schiantato me. Tanto da farmi chiedere se ha ancora senso far seguire parole alle sue parole, invettive alle sue invettive, sentenze alle sue sentenze: "Tutte le parole sono logore/ E l'uomo non può più usarle" (1,8). Cosa c'è di più definitivo dell'ammonimento contenuto nel versetto 12, 12 nella prima traduzione di Ceronetti?: "Ma lascia che ti avverta figlio mio/ Fare libri su libri è senza scopo/ Troppo pensiero la carne sfiorisce/ La parola ora tace/".
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