Dopo aver letto per la quarta volta L'Ultimo Messia di P.W. Zapffe, da poco uscito a stampa per Mimesis, mi sperdo nell"inquietum cor nostrum" di Agostino. Il dimenio montaliano da cui sono preso nel mettere a sistema (?!) il pessimismo [assoluto] di cui ho detto qui (post del 10 novembre), con una filosofia dell'inazione di ispirazione cioraniana, non fa che accentuare la mia condizione di dissanguamento spirituale. Non trovo i quietivi possibili. Agostino, col dito puntato e ammonitore, mi rammenta che l'inquietudine durerà "donec requiescat in te". Noi, senza un Signore in cui riposare, noi e la condanna dei pessimisti non credenti, noi antinatalisti e forse anche efilisti, noi dunque senza pace e riposo. E rimugino, ulceroso e misantropico, la chiusa del libro di Zapffe che mi dice che c'è "una vittoria e una corona, una salvezza e una risposta". Caro Maestro, ma dove trovarle?
sabato 28 dicembre 2024
mercoledì 27 novembre 2024
Il discorso di Zarathustra
mercoledì 20 novembre 2024
Fatale barocchismo giuridico
Vieppiù ulceroso, mi accompagno ai miei giorni malati. Non si tratta di "doloretti" come dice Thacker, più giovane e vitale di me, in Rassegnazione infinita. E neppure sono solo "ammalazzato", come aggiungerebbe, benevolo, Pirandello, evitando di ricorrere ad un qualsiasi Manuale di patologia generale. Si tratta di artrosi ileo-sacrale, ernia discale e protusioni varie. E' lei, la sciatica o, meglio, la lombosciatalgia, a farmi provare l'amaro sapore della sorba esistenziale. Poi, si aggiungono, talvolta, anche tosse e mal di gola. Non si accompagnano soventemente alla febbre e quindi non si tratta di Covid 19, almeno questo. Ma l'acufene e la sindrome di Ménière, non mi danno tregua e non mi dispensano mai della loro compagnia. Sono ipocondriaco? Affetto da disturbo paranoide di personalità? Ma no, devo avere, da qualche tempo, un "certificato di abitabilità" del mio corpo, semplicemente scaduto. Per fortuna, sorrido pensando alla mostruosità della definizione burocratica che mi viene in mente di applicare al mio caso. Si trova nel Codice di stile delle comunicazioni scritte ad uso delle Pubbliche Amministrazioni, stilato nel 1993 dalla "Commissione Cassese". Dovete sapere che con goduria didattica enunciavo ai miei discenti, durante qualche lezione che aveva a che fare con la semplificazione del linguaggio burocratico, la curiosa domanda. Scandivo bene le parole e dicevo: "Sapete chi sono i soggetti passivi di provvedimenti esecutivi di rilascio?", sicuro dell'effetto shock della definizione ripresa dal Codice di stile. Clamore e stupore nell'aula quando, dopo qualche minuto di imbarazzato silenzio, spiegavo che si trattava della formula burocratica, usata in Italia dagli enti pubblici negli Avvisi alla cittadinanza, per indicare gli "sfrattati". Ecco ora, posso dirvi che, come inquilino del mio corpo, mi sento così, rassegnato ad essere un "soggetto passivo di provvedimento esecutivo di rilascio". Consentitemi solo, nel mio caso, di sostituire l'aggettivo "esecutivo" con "fatale" che mi sembra maggiormente appropriato...: "soggetto passivo di provvedimento fatale di rilascio". In questo modo, il barocchismo giuridico della mostruosa definizione burocratica, non potrebbe rifulgere più intensamente.
domenica 17 novembre 2024
Fili d'erba e orrore immanente
Immanenza, realtà in cui già sempre ci troviamo. Forse più di qualunque passo della Critica kantiana, ci fa capire il concetto filosofico di immanenza questo splendido haiku dello scrittore giapponese Kenko Yoshida (XIII-XIV sec.): "Seduto pacificamente senza far nulla/arriva la primavera/e l'erba cresce da sola". Senonché l'estatica immersione poetica del verso non fa giustizia del nostro reale esistere che ci presenta il conto quotidiano di una vita consustanziata di sofferenze e dolori. Essi, bisogna dirlo?, come l'erba, sembrano "crescere" da soli. Certo grande è la distanza ontologica tra un filo d'erba e la vicenda umana. Eppure, come negare una loro consustanziale immanente coappartenenza, legge fisico-biologica e legge dell'esistere? Forse, è sufficiente pensare a quanti fili d'erba, nel corso della storia umana, sono stati sporcati dal sangue di squartamenti e sgozzamenti di soldati, in guerre ed eccidi avvenuti sui campi di battaglia (leggere, al riguardo, la mappa storico-universale appena pubblicata di Siegmund Ginsberg, Macellerie, "raggelante promemoria della barbarie umana", come recita la quarta di copertina).
martedì 12 novembre 2024
Il Pessimista [assoluto]. Altre idee per un Manifesto
Il Pessimista [assoluto] che vorrei proporre per il Manifesto, non ha alcuna fede, alcun dogma, dottrina, ideologia o idea assoluta (per
l’accezione dell'aggettivo nelle parentesi quadre, vedi di seguito). Non è
agnostico, né gnostico, anche se taluni autori pessimisti lo lascino pensare.
Non è neanche uno scettico, per quanto possa essere propenso a pensare le sue convinzioni zeteticamente. Il Pessimista [assoluto] discrede in modo radicale pensando
che la verità non è “una terra senza sentieri” (Krishnamurti), ma più radicalmente “il mondo senza l’uomo” (Sgalambro). Per
questo ha molte affinità con i pensatori del realismo speculativo che propongono "ontologie piatte" (senza considerazione dell'uomo, appunto), "nichilismi trascendentali" e radicale superamento dell'antropocentrismo. Egli non
desidera dedicarsi accademicamente o scientificamente ad esercitare il diritto
di critica, sostenendo controversie, confutazioni o semplici polemiche rivolte ad altre dottrine o teorie. Non è né depresso, né
scoraggiato e non senza alcuna spinta a pensare. La teoria del pessimismo [assoluto] (improprio parlare di “assetto teorico”) vuole essere invece un autoesonero radicale e totale da ogni pretesa/proposta/soluzione/formula
razionale, irrazionale, mistica o pragmatico-operativa di liberazione, salvezza o illuminazione, formulate da teoria filosofica,
pessimistica o no, fino ad oggi. Vuole cioè prendere le distanze da
qualsivoglia “forza salvifica” che si
presenti o venga proposta anche solo come antidoto o quietivo della negatività e del
dolore dell’esistere. Sotto questo riguardo, disconosce esponenti di correnti
filosofiche pessimistiche (a cominciare dal prolisso e troppo metafisico Schopenhauer
fino a Mainländer e Michelstaedter, da
Egesia di Cirene a P.W. Zapffe) con le loro varie e disparate “soluzioni”
al dolore dell’umano (persino Zapffe, figura tre le più geniali e radicali del '900, sembra aprire alla fine dell'Ultimo Messia ad una positiva possibile speranza di estinzione dell'uomo). Tutti approcci che appaiono al pessimista [assoluto] basati su false, infondate o quantomeno
velleitarie “terapie”, votate immancabilmente al fallimento: Ascesi, Arte, Persuasione, Gnosi, Estinzione individuale o collettiva, Conoscenza, etc. Il Pessimista [assoluto] non fa nulla nel "marketing delle idee" non perché
non abbia qualcosa da dire, ma perché sa che laddove si polemizza, si critica,
si confuta, si agisce in funzione di una presunta verità superiore. E questa, per lui, non si dà [assolutamente]. Inoltre è in gioco un “ordine del discorso” volto in ogni caso all’esibizione di
posture autoreferenziali di puro egotismo e vanità, se non all’affermazione di ruoli e forme di potere. Solo
in senso simbolicamente “denegativo”, sospensivo, più prossimo a "totalmente libero" che a "illimitato", di teoria "sciolta" da condizionamenti (nel senso del termine latino "absolutus", da absolvere = sciogliere), deve essere
inteso il significato del significante [assoluto] tra parentesi quadre. Quindi, aggettivo indicante un pessimismo, senza "pars costrunes", alieno da ogni infondata e inveritiera pretesa
metafisica assoluta (qui, senza parentesi), basata su piccola o grande/ambiziosa ipotesi di revulsione spirituale dell’essere. Ora, c'è da dire, che ai limiti degli esponenti storici del pessimismo filosofico, sembra sottrarsi solo E.M.
Cioran – in questo senso, pessimista [assoluto] – che non propone alcuna teoria per la salvezza dell’umano, di ispirazione gnostica ma di un gnosticismo senza redenzione. Cioran, "squartatore misericordioso", non si spinge oltre l’idea di una agonia senza epilogo per la storia dell’uomo. Sotto una certa "fascinazione" del pensiero orientale, si espone esclusivamente
ad un elogio della filosofia dell’inazione (wu-wei), come sola forma di resistenza
all’illusione e alla schiavitù dell’esistenza (Un apolide metafisico, 2004). Tuttavia, se al pessimista [assoluto] una caratteristica filosofica significativa può essere attribuita e indicata nel Manifesto per elicitarne meglio la sua caratteristica propria, è senz’altro quella dell’essere "esausto" (épuisé) di Deleuze (L’esausto, 2015). L’essere esausto – ci avverte il filosofo francese - non è come
l’essere “stanco” che ha esaurito la messa in atto di qualsiasi possibile, ma come l’essere che ha esaurito “tutto” il possibile in quanto tale, giacché ha
rinunciato, aggiungiamo noi, in senso tecnico-filosofico a qualsiasi “appetizione” (ὂρεξις). Ciò
vuol dire che ha rinunciato al principio che spinge un essere vivente
all'azione in vista della soddisfazione di un bisogno, dell'appagamento di un
desiderio, della realizzazione di un fine. Ma non solo. Ha cessato di credere
in qualunque significato, tranne in quello presupposto nel dichiaralo. Ecco, il pessimista [assoluto] può essere definito un pessimista "esausto", con riferimento a qualunque "tecnica" o "teoria" di salvezza o liberazione dell'umano dalla sua condizione di sofferenza. Una condizione di "esaustità", se si può dire, conseguente e direttamente scaturente dal nucleo profondo dell' ἄβιος βίος, condizione difettivamente di inautenticità e mai vera pienezza della vita nel dominio inautentico della Rettorica, secondo Michelstaedter. E tuttavia, vale aggiungere in conclusione, il pessimista [assoluto], "esausto" e "non persuaso", privo di una qualunque certezza e speranza, non è un nichilista disperato e/o
“pericoloso” a sé o agli altri, ma un soggetto che fa dell’inazione la sua fondamentale ispirazione filosofica. Questo, ritengo, andrebbe indicato con forza e evidenza nel Manifesto del Pessimista [assoluto].
domenica 10 novembre 2024
Non levar la mano su di sé. Idee per un Manifesto
mercoledì 6 novembre 2024
Noi umani, spregevole gentaglia
Apprendo dalla cronaca di questi giorni che un padre, al solo scopo di ottenere un beneficio assistenziale per suo figlio neonato, ha sottoposto il corpo del bambino a sevizie, cercando di farlo diventare un "minorato". Meno per pudore che per ripulsa, non ho continuato a leggere per conoscere quali e come siano state inflitte queste torture. Tuttavia, non posso non inorridire di più, se possibile, per l'enormità "numerica" della trasgressione. Il fatto è che non uno, ma nientemeno che tre codici morali violati. Se si escludono naturalmente l'avidità economica e la cinica anaffettività. Nel gesto del padre, infatti, ne va: 1) dell'infrazione del tabù della violenza contro un essere vivente, in generale - primo codice morale violato; 2) dell'infrazione del tabù della violenza, in particolare, contro un proprio figlio - secondo codice violato; 3) dell'infrazione del tabù della violenza contro un proprio figlio neonato - terzo codice violato. Non so a quanti anni di reclusione corrisponda questo "primato", nel quarto codice, quello penale. Scusate, ma mi viene un pò impudicamente da pensare se atto più atroce possa essere commesso da essere umano. La mamma che si libera di un figlio gettandolo nel cassonetto della spazzatura? La tortura inflitta ad un corpo vittima di femminicidio con 73 coltellate? Le torture di Hannibal Lecter? Il fatto è che rimango sempre inchiodato al peso di una ammissione, visto che di essere umano si tratta, sempre e comunque, qualunque sia il grado di efferatezza della trasgressione. L'ammissione che io e voi, che pur non diamo né coltellate, né torturiamo bambini, abbiamo lo stesso DNA, siamo parte della stessa genìa, della stessa accolita di persone, della stessa spregevole gentaglia sulla terra (Arnobio di Sicca e Lotario di Segni, insegnano). Ricevo su WhatsApp la foto di un bambino appena nato di un amico. Non saprei come spiegare, io convinto antinatalista, le imperscrutabili nuances del mio gioire di circostanza.
martedì 22 ottobre 2024
Topografia dell'insensato - Terzo quadro
Universo abiotico. L'Universo viene definito dagli addetti ai lavori come: "Il complesso di tutto lo spazio che contiene materia ed energia". Questo spazio, come si sa, ha a che fare con pianeti, stelle, spazio interstellare e galassie. Solo di queste ultime se ne contano centinaia di miliardi ovvero, in formula matematica, dieci alla undicesima. Quanto al suo tempo di esistenza gli scienziati calcolano all'incirca 14 miliardi di anni dal Big Bang. In questo quadro, l'esistenza di forme di vita sulla Terra (abiogenesi) dura da 4,4 miliardi di anni e, in esso, l'intervallo di esistenza dell'uomo originato dalla cosiddetta "Eva mitocondriale", prima madre di tutti gli umani, appare del tutto irrisorio: al massimo 200 mila anni. Non parliamo dell'Homo Sapiens la cui esistenza che è alla fine, per durata, non maggiore di quella di un battito di ciglia nell'immensità dei 14 miliardi di vita dell'Universo. Tutto questo ci racconta una unica storia difficile da digerire per l'uomo e la suo prosopopea cosmica: la caduta del biocentrismo, primato biologico del tutto usurpato in questo contesto cosmico, la pari inconsistenza dell'antropocentrismo e la fine di qualunque principio valido di autodeterminazione dell'umano. Un Tutto dunque indifferente all'essere umano. Anzi, apertamente ostile alla vita, come sottolinea Marco Lanterna, nel suo Peisithanatos (2021) richiamando i "pesi massimi del pessimismo" a maggiore considerazione della conseguenze di questa verità metafisica. "La vita vien fuori da brodetti, tiepide pozze, acquitrini primordiali: origini putride e graveolenti" e "L'orrore del Cosmo per la vita è fin troppo superiore a quello che esso nutre per il vuoto", dice. La Terra e l'uomo che "come una scabbia c'infuria sopra", non sono ben visti dall'assetto di perfezione abiotica del Cosmo e dunque l'unico miglioramento possibile per un uomo, "malvagio e immedicabile", è l'estinzione. Tanto poi alla fine arriva comunque la morte termica e il collasso entropico dell'Universo. Dunque, in conclusione, anche nelle cose dell'Universo, terza innodìa dell'insensato.
Topografia dell'insensato - Secondo quadro
Indeterminismo biologico. Darwinismo e ordinamento a-teleologico (non finalistico) della vita sono paradigmi e orientamenti scientificamente prevalenti. Non si da una direzione predefinita o un progetto nella selezione naturale. In natura, dichiara la scienza biologica, le mutazioni avvengono in modo casuale e la selezione naturale si basa sull'interazione tra le caratteristiche contingenti degli organismi e l'ambiente circostante. Quest'ultimo cambia anch'esso in continuazione. In altri termini, l'evoluzione non procede verso uno scopo finale predeterminato, ma si adatta di volta in volta a condizioni contingenti. Qui, prima ancora di ricorrere a Nietzsche, con icastica evidenza, vanno a schiantarsi le favole morali, metafisiche, religiose e mistiche che l'uomo si è raccontato per millenni sulla vita. Peter Wessel Zapffe, biofilosofo, pessimista e antinatalista, un pò spariglia questo paradigma di indeterminazione con l'idea - alquanto suggestiva - di "un errore della natura", "un tragico passo falso" che ha portato al sorgere della coscienza nell'uomo. Escrescenza di sensi, questa, di sentimenti, esperienze e valori che lo spinge ad una superfetazione di convinzioni sul suo sé, sulla sua tracotante superiorità nella natura rispetto agli altri ordini di esseri viventi e perfino sul senso del suo destino nell'universo. Sulfurea la metafora usata da Zapffe per descrivere la coscienza. Come dice la studiosa Sarah Dierna (2024) "[...] una spada dalla doppia lama molto affilata e senza impugnatura ma chi la usava [...] doveva afferrarla per la lama e rivoltare contro se stesso uno dei suoi fili [...] un’arma che tuttavia la rese non solo onnipotente sul mondo, ma egualmente pericolosa per se stessa." In questo senso, la nozione del tragico - nota la studiosa -, si avvicina a quella dell'assurdo di Camus, ma ne rimane distinta in quanto "mentre l’assurdo non è nel mondo e non è nell’io bensì nella co-occorrenza dell’uno e dell’altro, il tragico è biologicamente iscritto nell’io che abita il mondo, si manifesta dunque nella dinamica di co-occorrenza ma la causa motrice di tale sentimento appartiene alla natura umana". In attesa che le neuroscienze cognitive vengano a capo del "problema difficile della coscienza"(Hard Problem of Consciousness), la tragedia dell'uomo, è soprattutto qui. Nonostante tutti gli escapismi adattivi escogitati dal genere umano e che Zapffe descrive con precisione nell'Ultimo Messia (1933), nel solco di Pascal e di Freud. Difficile tuttavia non obiettare al filosofo norvegese che il "tragico passo falso" che la natura avrebbe fatto con la coscienza, contrasta con l'indeterminismo biologico afinalistico di cui dicevamo sopra, quasi proiettando implicitamente nella natura un disegno fatto di passi "corretti", da cui devierebbe il passo falso. Qui noi non vogliamo far torto alla lucidità adamantina della biofilosofia con cui Zapffe ha saputo dire: "Veniamo da un inconcepibile nulla. Stiamo per un po' in qualcosa che ci sembra parimenti inconcepibile, solo per svanire ancora in un inconcepibile nulla". E' chiaro che a questo "inconcepibile nulla", non può sfuggire il balletto di mutazione e contingenza dell'indeterminismo ateleologico della natura. Dunque, nelle cose della vita, seconda innodìa dell'insensato.
Topografia dell'insensato - Primo quadro
Orrore storico. Il "Libro nero" di Matthew White sulle cento peggiori atrocità della storia è del 2011. Troppo esiguo nelle sue neanche mille pagine, andrebbe già notevolmente aggiornato e incrementato con le carneficine dell'ulteriore compiersi nei 13 anni seguenti, della teratologia umana. Si potrebbe attingere al Libro nero del comunismo o a quello del Capitalismo o del Rinascimento e ad altri vari Libri neri, ma il quadro dell'orrore storico resterebbe in ogni caso parziale e incompleto. Il punto non è la scala di grandezza dei numeri, comunque terrificanti e praticamente inconcepibili per la sensibilità umana. Il punto è l'inimmaginabile efferatezza, la crudele multiformità, l'illimitata pervasività e spesso la totale impunità, con cui nella vicenda storica dell'umano i crimini vengono commessi. Adriana Cavarero (2007) ha proposto la categoria dell'"orrorismo", categoria che mira a spostare il baricentro dell'attenzione non su chi la violenza la perpetra, ma su chi la violenza la subisce: i vulnerabili e gli inermi. Bernard Bruneteau (Il secolo dei genocidi, 2005) e Marcello Floris (Il genocidio, 2021) riportano dovizie di definizioni sul tema dei genocidi, soprattutto negli ultimi decenni da parte delle organizzazioni internazionali. Che, d'altra parte, sono impotenti di fronte al perpetuarsi delle stesse atrocità, perpetrate, anche come veri e propri genocidi, senza soluzione di continuità con il presente millennio. Ma al di là di queste definizioni, che possono sembrare quasi irriguardose, vale il pessimismo di Wolfgang Sofsky che pensa alla malvagità e alla violenza dell'uomo come iscritte irredimibilmente nella natura ontologica dell'uomo. Nelle vicende storiche sembra l'unica teoria convincente. Infatti, l'idea che questa iscrizione sia sempre stata in atto in tutte le epoche storiche, sembra alquanto difficile da smentire razionalmente. Così come il suo enunciato secondo cui: "L'affermazione di vivere in un'età di progresso dei costumi è indice di cecità storica e appartiene alla mitologia della civiltà moderna”. Dunque, nelle cose della Storia, prima innodìa dell'insensato.
lunedì 14 ottobre 2024
Michelstaedter e l'antifrasi
lunedì 23 settembre 2024
Agonia senza epilogo
Le "Quattro Nobili Verità" del Buddha, di cui solo le prime due convincono veramente (il dolore: dukkha; l'origine del dolore: samudaya sacca) e le altre due che mi sembrano "illusorie" (la fine del dolore: niroda sacca; la via che porta alla fine del dolore: magga sacca). Le dottrine di salvezza delle filosofie ellenistiche: il vivere secondo natura (ὁμολογουμένως ζῆν) dello stoicismo; la sospensione del giudizio (ἐποχή) dello scetticismo; il piacere regolato e stabile (εὐστάϑεια) dell'epicureismo; il "piacere immediato" dei cirenaici; la momentanea e improbabile Noluntas di Schopenhauer; la vita che non si può vivere (ἄβιος βίος) di Michelstaedter e quello che sarebbe il suo antidoto: una Persuasione inconseguibile; l'appello alla conoscenza e alla sterilità di P. W. Zapffe nella chiusa dell'Ultimo messia, che non porta né all'assoluzione, né al riscatto; le filosofie, le religioni e le dottrine di liberazione sociale; le visioni mistiche e sciamaniche. Insomma tutte le favole (gli "ancoraggi", direbbe Zapffe) ahimè raccontate nei secoli, insieme ad esoterismi e dottrine misteriosofiche varie. Elenco incompleto quello che precede, con evidenza. Tuttavia, dopo averle studiate e, alcune, praticate, mi chiedo cosa concludere: ne va della mia, di salvezza. Non riesco ad andare oltre l'agonia senza epilogo di Cioran.
mercoledì 18 settembre 2024
Il clinamen contro il DNA e la carneficina del vivente
Leggo in un testo efilista che "La vita si è evoluta per torturare ed essere torturata... Siamo nati per essere massacrati... Nessun essere senziente è immune in quanto il DNA ha messo in atto questo progetto di sterminio seriale per centinaia di milioni di anni su centinaia di miliardi di soggetti senzienti ed esseri viventi". La soluzione a questa totale crudele immoralità evolutiva sarebbe l'estinzione, il non essere di tutti gli esseri senzienti. L'appello militante ad agire per far cessare il dolore universale - a fronte di una umanità per ora di 7 miliardi di persone e chissà quanti milioni di miliardi di esseri animali - in verità sembra inane e pure pericoloso. Allora cosa contrapporre a questo criminale determinismo biologico? Riscoprire il substine et abstine stoico, le filosofie ellenistiche e i loro dettami di accettazione, atarassia, epochè? A pensarci bene il "clinamen", termine ripreso da Lucrezio dalla parenclisi (παρέγκλισις) di Epicuro nel De rerum natura, potrebbe essere un buon antidoto, se inteso come azione individuale antideterminista volta al contempo ad abbassare il quantum di sofferenza universale. Avrebbe in sé tutta l'aura arendtiana dell'azione come nuovo inizio, nuova natalità. Scelta soggettiva di andare contro il tritacarne evolutivo. Insomma: il decremento della crudele compressione dolorosa dell'esistenza con un qualunque innaturale gesto "controtendenza". Ferma restando l'azione a lungo termine dell'imperativo antiriproduttivo, un qualsiasi agire immediato, arbitrario e incongruo con le leggi evolutive della predazione e della competizione, ne sarebbe una istanza possibile. Sottrarsi al corpo a corpo e al colpo su colpo della darwiniana selezione naturale, deviando la traiettoria predeterminata degli "atomi-cromosomi", non per guadagnare un lontano paradiso, ma per dare senso di lotta e di contrasto alla carneficina del vivente. Contro il DNA, un clinamen libero, immediato, etico ed arbitrario.
sabato 7 settembre 2024
Non c'è salvezza - 3
Se vuoi raggiungere la serenità, prendi la decisione di abbandonare tre cose: il bisogno di controllare tutto, la necessità di essere approvati e il bisogno di giudicare gli altri. Così la formula zen. Buona cosa, certo, per raggiungere una tranquilla condizione di vita. Senonché portata a compimento la decisione, ti accorgi che, secondo lo stesso zen, se vuoi salvarti oltre che vivere in serenità, dovresti riuscire a non portare a compimento alcuna decisione di portare a compimento alcunché. E qui è la paralisi metafisica che non concede nulla di più della semplice vita serena. Le radici evidenti di questa paralisi sono manifestamente in ciò che Aristotele indicava con il termine "Appetizione" - in greco ὂρεξις - il principio che spinge un essere vivente all'azione in vista della soddisfazione di un bisogno, dell'appagamento di un desiderio, della realizzazione di un fine. Il fatto è che questa triade è conficcata, direbbe un efilista, nel DNA di ogni essere vivente. Per questo non c'è salvezza salvo nella condizione di non essere di tutti gli esseri viventi (Benatar docet).
domenica 1 settembre 2024
Pensiero incomprensibile
Come dice P.W. Zapffe, la vita è inconcepibile. Prima ancora che incomprensibile, mi permetto di aggiungere. E in tutta evidenza questo pensiero è stato concepito incomprensibilmente.
sabato 31 agosto 2024
Peter Wessel Zapffe
"Veniamo da un inconcepibile nulla. Stiamo per un po' in qualcosa che ci sembra parimenti inconcepibile, solo per svanire ancora in un inconcepibile nulla" (P. W. Zapffe). Si capisce che questo di Zapffe è un aforisma semplice e "definitivo" compreso il quale si rimane in vita con perenne inabraso senso di inappartenenza. E solo questo c'è di concepibile.
mercoledì 28 agosto 2024
Disprezzo del genere umano
Si legge nella lettera di 11 ex parlamentari: "'L'ingratitudine è una mescolanza di egoismo, orgoglio e stupidità', affermava Cartesio. 'Di norma, gli uomini sono stupidi, ingrati invidiosi, bramosi degli averi altrui; abusano della propria superiorità quando sono forti e diventano delinquenti quando sono deboli' - aggiungeva Voltaire". Vivaddio un pensiero coraggioso di uomini che rappresentano uomini, con conati di intero Paese. Tuttavia, più efficace pensiero sull'uomo sarebbe stato se avessero citato Arnobio di Sicca (255-327) o Lotario dei Conti di Segni (Papa Innocenzo III - 1160-1216), apologisti cristiani. Del primo, l'Adversus gentes (Contro i pagani), del secondo il De miseria humanae conditionis (Sulla miseria della condizione umana), sono straordinari esempi di invettive contro l'uomo e "modelli" a cui potevano ispirarsi. Si legge infatti nei loro libri il grande spregio dell'uomo (Arnobio), come "crudele, facinoroso, audace, temerario, irruento, cieco, finto, dissimulatore, menzognero, superbo, arrogante, avaro, cupido, libidinoso, incostante, debole, incapace di stare alle proprie decisioni". Ma anche (Lotario) che l'uomo è "putredine e il verme è il figlio dell'uomo... concepito dal sangue putrefatto per l'ardore della libidine, e si può dire che già stanno accanto al suo cadavere i vermi funesti". E ciò a causa del "coito quale sfregamento di un budellino e l'emissione di un po' di muco accompagnato da uno spasimo". Si legge ancora che "Duplice è la colpa che il concepimento comporta, una sta nel seme, l'altra in ciò che da questo seme nasce; la prima viene commessa e la seconda viene contratta. I genitori, infatti, commettono la prima colpa, la prole la seconda. Chi, infatti, non sa che il coito, anche se coniugale, non può mai verificarsi senza il prurito della carne, senza l'ardore della libidine e senza il fetore della lussuria? Per questo i semi concepiti insozzano, si macchiano, si corrompono, onde l'anima in questi infusa, contrae la tabe del peccato, la macchia delle colpe, la sozzura dell'iniquità". Come si vede, nell'avvalersi di Cartesio e Voltaire per "ripristinare la verità storica, fattuale e poi anche politica", gli ex parlamentari fanno manifesto uso di un non comune dileggio del genere umano. Ma poca cosa per il loro intento. Avvalendosi invece delle parole di Arnobio e Lotario, avrebbero potuto esprimersi con maggiore e non inescusabile parresia.
sabato 10 agosto 2024
Cosa provo
Cosa provo? Annaspo nell'insensato, di questo consapevole da sempre. Inquieto e inesausto, tuttavia non so darmi pace con qualche azione risolutiva. Scilicet: affogo ogni giorno nel mare della realtà, senza smettere di sbracciarmi per stare a galla.
lunedì 13 marzo 2023
Verità
Dopo la verità enunciata da Sgalambro - il mondo senza l'uomo - la mia, guadagnata già da tempo, si autocomprime e limita come in una camicia di forza. Non riesce ad essere enunciata giacché di essa fa parte la totale inutilità del farlo. Potrebbe dirsi inaccaduto evento.
sabato 4 febbraio 2023
Razza umana
La violenza crea caos e l'ordine crea violenza. Così Wolfgang Sofsky. C'è aforisma migliore di questo dilemma, a favore della buona estinzione? (Benatar e Lanterna docunt).
venerdì 27 novembre 2020
La parola del Buddha
E pensare in una fredda mattina che alla fine quello che conta è il senso pratico che si conferisce all'essere, meglio, all'esserci, per farsene guidare. Saggezza prima di conoscenza, φρόνησις prima di νόησις. Perché rincorrere ossessivamente la seconda, non fa venir meno il compito di assolvere alla prima. Qui vince il pragmatismo della parabola della freccia del Buddha. Conviene condurre nel modo meno cruento possibile la vita: a che serve, direbbe il Buddha, conoscerne prima soggetto, natura e direzione?
domenica 15 novembre 2020
Nichilismo umanistico
"Nichilismo umanistico" l'unico ossimoro che sento meno di discredere. Quantunque l'aggettivo rechi traccia di una giovinezza ricca di ideali e ardori da cui sentirsi esonerati per stanchezza e sfinimento etico e vissuti come scorie irriducibili del vivere. Ci vedo più Cioran e il suo lucido disincanto metafisico, che l'illuminazione predicata dal Buddhismo zen, così come pure da Krishnamurti. La verità come "terra senza sentieri" di quest'ultimo è pur sempre una verità che presuppone l'impegno a votarsi ad una radicale revulsione dell'essere e il "mira e l'hai perso" del Buddhismo zen è pur sempre un ammonimento che "mira" ad "attaccarsi" al non attaccamento. Il nichilismo umanistico solo invece, prende atto che due sono le cose per chi discrede ed è dotato di lucidità: o ci si toglie di mezzo e si chiude la partita o, se si rimane nel gioco della vita, tanto vale "attaccarsi" ai soli valori che ci son dati dall'orizzonte nel quale siamo stati "gettati" venendo al mondo. L'ultimo incantamento è quello dell'epicureo piacere catastematico proposto da Godani (Il piacere che manca, 2019). Ovvero quello consustanziale al mero fatto di vivere - certo meno sfiancante della ricerca di una qualsivoglia verità o valore. Spinge a spezzare la catena alla macchina produttiva capitalistica che in questa società tardo moderna fa del desiderio il suo eterno motore. Forse una variante del mio nichilismo umanistico.
sabato 14 novembre 2020
Coalescenza
Carestie, pandemie, guerre. Queste le dimensioni della Storia dell'uomo che segnano e spiegano la sua evoluzione, secondo lo storico. Parte però dalla fine del processo. Dimentica infatti la croce della finitudine individuale sulla quale ogni uomo sanguina inchiodato dai correlati elementi di difettività e dolore che, come goccioline coalescenti nel liquido della vita, si aggregano per ingrossare la prima.
sabato 23 maggio 2020
Ebrezza impermanente
giovedì 7 maggio 2020
Biofilosofia
domenica 3 maggio 2020
Andare illimite
venerdì 1 maggio 2020
Invece sei morto
mercoledì 29 aprile 2020
L'attimo che viene
lunedì 27 aprile 2020
Un grumo di nichilismo
lunedì 16 marzo 2020
Virus sessuofobo
sabato 31 maggio 2014
Non pensare, danza!
lunedì 24 febbraio 2014
Lucidità
mercoledì 14 agosto 2013
Tutto è niente
domenica 16 giugno 2013
Non c'è salvezza - 2
- In ultima istanza, nel mondo c'è solo impermanenza.
- L'impermanenza è la causa ultima di ogni dolore.
- L'uomo è infatti attaccamento di ciò che è impermanente che, come tale nella sua essenza, non può rappresentare alcun fondamento stabile (scienza, filosofia, religione, diritto, società).
- La dottrina che ha dato la risposta più radicale a questa condizione dell'uomo, è il Buddhismo.
- La salvezza dal dolore (Dukkha) causato dall'attaccamento, per il Buddhismo, consiste nella pratica del distacco (non-attaccamento), che spezzerebbe la catena ininterrotta e ricorsiva del desiderio, volto visibile dell'attaccamento.
- Ma l'uomo resta essenzialmente attaccamento, anche nella pratica del distacco.
- (1) Perché il distacco è comunque forma suprema di attaccamento o, in altre parole, è impossibile non desiderare di desiderare di non desiderare.
- (2) Perché se c'è salvezza (come il Buddhismo predica), non c'è pratica di salvezza e se c'è pratica di salvezza non c'è salvezza.
- Così, la catena del desiderio non si spezza.
- Quindi, se la catena del desiderio non si spezza, nemmeno con la pratica del distacco, non esiste salvezza dal dolore (Nirvana) che il Buddhismo storico predica.
domenica 13 gennaio 2013
Il senso che conta
Leggo Houellebecq, Céline, Malaparte e mi accorgo di mettere alla prova i miei cromosomi di sinistra. Ma poi, qualunque sia il risultato, questo conta? No, la ricerca del senso, dovunque esso sia, chiunque me lo mostri, conta.
venerdì 2 marzo 2012
la musica più bella
Sorseggio il cappuccino di fronte all'ampia e luminosa vetrata del bar e penso al mio di sogno a cui da una vita cerco di corrispondere vanamente e che quasi vedo galleggiare sulla schiuma del cappuccino: comporre i miei pensieri filosofici, la "mia opera", "la mia filosofia". Mi chiedo tuttavia se gran parte o tutta la pesantezza esistenziale di questa incapacità che mi porto appresso, non sia dipesa dal fraintendimento, dal non aver adempiuto nell'altro più comune senso, come fa Socrate alla fine dei suoi giorni. Dovevo forse attenenermi al senso letterale del sogno e invece di attardarmi nello sforzo inconcludente di ricerca della "conoscenza dell'unica e sempre uguale natura di tutto ciò che esiste", comporre i carmi e la musica della vita, piuttosto che "pensarla" filosoficamente, forse.

L'altro libro, con cui m'illumino e solidarizzo, mi scivola dalle mani al bar aiutandomi a capire. Nella prefazione a "Filosofia=errore di esistenza" (a c. di B. Giacomini, Il Melangolo 2011) leggo che Ludovico Gasparini (1940-2008), "esperimenta la possibiltà di un pensiero [...] capace di essere nient'altro che vibrazione sonora di un corpo". Mi chiedo se non era proprio questo quello che Socrate diceva essere "la musica più bella".
Finisco il cappuccino e capisco che questo è l'unico modo di adempiere al sogno nel doppio senso: la vibrazione sonora del mio corpo (vita) proteso al senso ultimo delle cose (pensiero) e, nonostante il rumore assordante della radio del bar, su tutto la "musica più bella".
Quello che è lo stile per Gasparini: "non si tratta di definire i concetti, ma di esporli: di farli suonare e cantare".
mercoledì 29 febbraio 2012
teatri
Nel teatro "retinico" della mente, protagonista principale è invece il Pensiero.
Entrambi, diversamente da come sostiene il filosofo olandese, mi sembrano tuttavia i punti incoativi l'uno dell'altro. Certo risulta che in entrambi i palcoscenici, la Verità è una comparsa.
domenica 12 febbraio 2012
noi, dio

Leggo di un libro dedicato al pensiero di Spinoza - grande filosofo "ateo ebbro di Dio", "masso erratico della filosofia", come è stato variamente definito - che parte da un passo contenuto nello Scolio della proposizine XLIX dell'Ethica: "nos ex solo Dei nutu agere" ("noi agiamo per solo volere di Dio" - trad. di R Cantoni e M. Brunelli, Torino, 1972, p. 185).
Un'insolita itnerpretazione ad opera di Alfonso Cariolato che scrive il libro in francese: "Le geste de Dieu" con il contributo contrappuntistico (note e commenti successivi al testo dell'autore) di Jean-Luc Nancy.
Non mi interessa qui l'interpretazione di Spinoza, ma il fatto che Cariolato abbia assunto quella frase, e solo quella, cone asse portante, punto d'appoggio archimedèo, della sua teoria-interpetazione. In essa è come se avesse visto un punto di vista privilegiato da cui guardare all'essenza del pensiero del filosofo olandese e la cosa mi intriga alquanto. Perché?
La risposta è nella frase stessa di Spinoza: nos ex solo Dei nutu agere.
sabato 4 febbraio 2012
Montagne
domenica 22 gennaio 2012
In macchina
Specchio retrovisore -
torna la pace.
Sposto i mobili
agghiacciano il cuore.
Poco alla volta.
Che strano!
Imbrunire d'inverno -
l'aria è dolce.
Solo
Ferite che restano.
Volo da solo.
Finalmente sto meglio
Crepuscolo romano -
la tosse non c'è
martedì 10 gennaio 2012
passioni
lunedì 9 gennaio 2012
Miss Dior
Non hai bisogno di difenderti, vorrei dirle. Ma le parole mi restano in gola: non so se capisce che in realtà voglio dirle: "non hai bisogno di difenderti da me". Vorrei parlarle al di là di quella corazza e con parole distensive cerco di blandirla, ma il risultato è una maldestra e impacciata preghiera che mi esce come un sussurro. Così piano che lei non sente. Ma forse non l'ho nemmeno sussurrata, quella preghiera. Ci vediamo, fa lei alla fine e accenna ad andare, mi aspettano, dice. Io riprovo a sussurrare qualcosa. Ma lei non sente. Si, lo so, la corazza la separa: sembra "insonorizzarla".Ci vorrebbe un urlo, il grido di un drago, ma la voce mi rimane nella strozza. Non mi vedo nelle vesti del drago. E poi con l'urlo del drago, uscirebbero, insieme alle parole, le fiamme: potrei bruciarla.
Nell'incertezza, non faccio niente: né urlo, nè drago, né sussurro. Affranto e stanco, mi fermo a pensare in quale altro modo avrei potuto penetrare quella corazza per parlare veramente con lei.
La guardo mentre si allontana. Poi un refolo d'aria porta con sè delle strane particelle: un effluvio celestiale che mi entra nel naso. Primavera? Macché! Siamo in pieno inverno. Con fare interrogativo la chiamo e le dico se è lei il fiore di primavera che sento. E lei urlando mi fa: no, Dior!
Che stupido, come ho fatto a non capire? Altro che urla, altro che draghi per abbattere le difese. Le corazze d'acciaio non possono far nulla contro le particelle volatili di profumo che penetrano anche nei fori più piccoli.
Sì, la prossima volta salirò, come fosse un tappeto volante, su una di quelle particelle, oltrepasserò la corazza e, sono sicuro, finalmente riuscirò a parlare alla sua anima.
Ma se, dopo tanta fatica, alla fine la sua anima non vuol parlare con me? Jean Baptiste Grenouille, aiutami tu!
domenica 8 gennaio 2012
Epistemofilìa
Non c'entra il senso di potenza della potenza di fuoco del critico o il gusto che dà il crivello analitico e confutatorio del polemista. E' che il mio "progetto interpretativo", la mia "pre-comprensione" (ermeneutica) di un autore o di un problema, dipendono dall'"epistemo-filia" (godimento/benessere che provo grazie alla conoscenza/cognizione di qualcosa) da cui sono affetto e con cui mi avvicino a tutti i libri. Non che non ci sia epistmofilia nella comprensione che avviene generalmente leggendo un libro tout court, ma il tasso di questa affezione, il vero godimento, è maggiore se la lettura è meta-lettura.
Non so quando sia nata questa malattia o quando ne sono diventato consapevole. Ma di certo mi sembra da tempo meno libro il libro che non avvicino per "sentito dire" o perché su quello ha scritto qualcuno da qualche parte.
Una "funzione seconda" della mia lettura che, lo ammetto, sembra indicare il cerebralismo della posizione di chi trasforma l'oggetto reale nell'oggetto del soggetto che vede l'oggetto.
sabato 7 gennaio 2012
Brivido, Volo, Estasi
Il Brivido, sarebbe il mio principio gnoseologico: conoscere, stupirsi, la storia della filosofia come stupore (il ϑaumάzein).
Il Volo, sarebbe la parola-simbolo per il principio etico: a rappresentare il sentimento dell'equilibrio sospeso ma che guarda dall'alto delle cose, dell'ordine galleggiante (φρόνησις).
L'Estasi, starebbe per il principio estetico: spinta dionisiaca, gioco, posta su cui puntare, principio della cosa ultima per cui vale la pena vivere, stato alterato di coscienza, rapimento, piacere dell'anima (ἔκ-στασις).
Ma il moderno c'è stato e il post-moderno si è portato via tutte le "grandi narrazioni" e le filosofie fondamentaliste (fondazionaliste) e autoritarie, compresa la mia, prima ancora che potesse nascere.
venerdì 6 gennaio 2012
Basta senza fine
"Dirocca i fortilizi" e lascia stremati, soli, senza mura e difese. Il libero gioco dell'intelletto con l'immaginazione, di cui parla Kant, al di là del limite sublime.
Qualcosa che non hai bisogno di tenere, afferrare, conservare, ma solo di lasciare che sia. Qualcosa che basta senza fine.
giovedì 5 gennaio 2012
Belle redenzioni
Checché ne dicano i critici di Dostoewskij. Chi può negare il fulgore degli occhi, la piccola estasi dei sensi e l'incendio incoattivo che prende chi vede una cosa bella? Piccola o grande che sia, risplende e determina un insight cognitivo prima ancora che percettivo.
Ascolto, vedo, tocco, gusto, percepisco propriocettivamente, ne sento l'odore. Poi leggo mai più bella frase fu detta e conchiusa in sè:
L'assoluto è risultato. Il circolo che ha al proprio inizio la propria fine come proprio fine e solo alla fine diventa ciò che realmente è (Hegel).
Qui si dimostra che la bellezza è uno stato incondizionato della mente, prima ancora che essere sensazione. Semmai il problema è il riscatto dell'inferno che segue. E' il brutto della "vita offesa" che è irredimibile.
mercoledì 4 gennaio 2012
La tosse di Hopper
L'aria ti manca: e' un rantolo che non porta alla fine ma si avvolge iterativamente in se stesso. Graffia la laringe, la spreme come uno straccio bagnato, ti serra la gola. Non si vede l'inferno ma è come un bruciare lacerante, un sentire struggente. Il colore che vedi non è quello degli impressionisti, ma quello di Hopper.
Un colpo di tosse è esistenza inconsumata, ti esonera interminabilmente dalla vita.
martedì 3 gennaio 2012
Vuoto
lunedì 2 gennaio 2012
Leggere L'Idiota
La prima retrocede nella follia, dopo aver attraversato il mondo, apparentemente sempre ammirata ma in realtà negata; la seconda, si annulla nella morte che viene data, paradossalmente, da chi più di ogni altro la desidera con passione (Ragozin).
Fallimento terreno dunque della Bontà e della Bellezza? Ma la purezza di Dostoewskij vuol dire inconseguibilità assoluta oppure solo scacco immanente in funzione di un salto nel trascendente? Resterebbe solo il "mistico"?
Franco Cassano, nel suo L'umiltà del male (Laterza, 2011), non accenna all'Idiota nella originale reinterpetazione che fa della leggenda del Grande inquisitore (dentro I fratelli Karamazov). Ma sospetto che dietro la sua critica all'alterigia disinclusiva di una certa idea integralista e d'élite del Bene (da parte della Sinistra), ci sia anche la critica dell'idea di purezza dell'Idiota.
domenica 1 gennaio 2012
Non c'è Salvezza - 1
L'affascinante soteriologia di Adorno alla fine dei Minima Moralia non sembra aiutarci, così come quella del Buddhismo, unici strumenti "di salvezza" del pensiero che mi pare valga la pena considerare. Sospetto che abbia ragione Mainländer con la sua entropia nichilistica. E mi convinco sempre di più che allora "Redimersi", "Salvarsi", "Liberarsi", potrebbero solo voler dire "far cessare l'essere". Lui si suicidò non appena terminata la stampa del suo libro.
sabato 31 dicembre 2011
domenica 25 dicembre 2011
essere tosse
Come la coscienza, per giunta "lucida" possa emergere da questi fili sensibili che mi tengono in ostaggio con un vellicamento compulsivo fino all'ipocondria mentre parlo o respiro, è per me un enigma. Perciò io dico che esistono davvero due razze d'uomini: i sani e i malati affetti da cronicismi (vedi qui post dell'11/12/07).
Ma se ai primi è preclusa la coscienza e ai secondi non è detto che sia data la lucidità, a me di certo è data una desocializzazione ossessiva, un silenzio coatto, una disabilità vocale che mina nel profondo più il mio essere che la mia comunicazione. Se è vero che "il linguaggio è la casa dell'essere".
giovedì 22 dicembre 2011
tener fermo un punto
mercoledì 21 dicembre 2011
leggere
venerdì 16 settembre 2011
s-guardo
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| Hans Holbein, Cristo nella tomba, 1521 |





