giovedì 18 giugno 2026

Saldi al disfarsi

Nel vivere in carenza d'essere, ci si trova in una inapparente erosione. Essa non salva ma rende saldi al disfarsi. E' con questo sgretolarsi che si resta fragili e appesi all'unica possibile meta alla "fine del pensiero".

sabato 13 giugno 2026

Contro il pensiero

Il problema dell'uomo - dice U.G. - è che vuole trovare soluzioni ai suoi problemi usando lo stesso strumento che li crea: il pensiero. Che è inoltrepassabile e inaggirabile, visto che ne siamo già sempre dentro, con tutti i falsi problemi (senso, verità, salvezza) e le false soluzioni (scienza, religione, filosofia, arte). Ne segue che non c'è “niente da pensare", “niente da fare”, senza ricadere nel circolo vizioso. Così, semplicemente, c’è solo da capire che non c’è un problema, perché è solo quello del pensiero, appunto, che cerca inutilmente di risolverlo. In spregio al monito dell’Accademia di Platone e a secoli di antropocentrismo umanistico, dunque: “chi cerca è già perso", dice U.G., con impareggiabile understatement. 

Lo stesso dell’avvertenza che: “Il mio insegnamento, se così volete chiamarlo, non ha copyright. Siete liberi di riprodurlo, diffonderlo, interpretarlo, fraintenderlo, distorcerlo, alterarlo. Potete farne quel che vi pare; potete anche pretendere di essere voi gli autori, senza bisogno di chiedere né il mio consenso, né il permesso di chiunque altro.” 

Alleluja, vien da dire.

Ad onta del suo anti-insegnamento senza copyright, nostro malgrado, purtroppo continueremo a cercare e a pensare che il problema c’è. E continueremo ad essere persi. Dentro un inaggirabile pensiero, fino al suo definitivo ultimo spegnersi con l’illusorio io dell’uomo che lo pensa.  

sabato 23 maggio 2026

Come uno sgozzato

 “La cosa più vicina all’assassinio che ho visto è il parto. […]  È vero, è un assassinio. Il bambino è come un beato. Il primo segno di vita è l'urlo di dolore. […] quando l'aria arriva negli alveoli polmonari del bambino, è una sofferenza indicibile e la prima manifestazione della vita è il dolore. È più di un grido. Sono le urla di uno sgozzato, le urla di una persona che viene uccisa, che viene assassinata.” Queste parole di Marguerite Duras rappresentano a mio parere una delle più coraggiose forme di parresia letteraria del XX secolo. Parresia che squarcia i pregiudizi e le narrazioni edulcorate del parto. Tanto schiette quanto supreme, realistiche e quasi feroci. Leggendone la citazione in una recensione su Doppiozero del libro di Jamieson Webster Sul respirare, ho pensato alle parole di Peter Wessel Zapffe che indicano nelle levatrici e nelle balie l’avanguardia di coloro che “seppelliranno sotto le loro unghie” L’Ultimo Messia, quando avrà pronunciato parole di possibile salvezza per l’umano. Evidenti ma diverse declinazioni di antinatalismo, nell’uno e nell’altro caso. Profetico e consolatorio, se non illusorio, nel secondo: “Conoscete voi stessi; siate sterili e che ci sia pace sulla Terra dopo il vostro passaggio.” (Zapffe). Vero e crudo fino alla provocatoria brutalità, nel primo: “le urla di uno sgozzato, le urla di una persona che viene uccisa, che viene assassinata.” (Duras). Dove la letteratura vede con verità l’atrocità della vita così com’è e non la sta a pensare vera come la filosofia.  

lunedì 11 maggio 2026

Braccia protese

 

Particolare del Sarcofago romano
del 
II sec.d.C. raffigurante la Morte di Meleagro.  
Mostra della Fondazione Luigi Rovati
13/5/26 - 2/8/26, Milano.

Prometeico e sfrontato. Assoluto di rabbia, eppure inconcluso. Solo così si dà ragione delle braccia protese all'indietro correlate all'urlo furioso espulso dalla bocca. E' un gesto colmo di protesta, risonante d'angoscia. Una  postura di disperazione, ma senza resa. Onusto di afflizione e dannazione. Straziante. Ci tormenta senza tregua perché schianta il cuore dell'umano.

Altea, per onorare i fratelli uccisi dal figlio, brucia il tizzone che, secondo il mito, tiene in vita Meleagro, poi uccide anche se stessa. 

sabato 2 maggio 2026

Dialogo con Meta AI su Uppaluri Gopala Krishnamurti



Una conversazione su U.G. Krishnamurti, l’illusione del pensiero e quel tarlo dell’incompletezza esistenziale che non cessa nemmeno con la consapevolezza. 

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Emilio
Mi esponi il pensiero di U.G. Krishnamurti?

Meta AI  
U.G. Krishnamurti (1918-2007) è uno dei pensatori più radicali del ‘900. Non ha fondato scuole, non ha discepoli, e rifiutava l’etichetta di “guru”. La sua idea di fondo: non c’è nulla da cui salvarsi, perché non c’è nessun “io” da salvare.
1. La premessa: la mente è il problema  
Per U.G. il pensiero è solo un meccanismo di sopravvivenza biologico. Quando lo usiamo per cercare “verità”, “illuminazione”, “salvezza”, crea un falso problema. L’“io” è una costruzione linguistica e culturale. Non esiste un’entità separata dentro il corpo.
2. Critica a religione, spiritualità e psicologia  
Ogni tecnica, meditazione, mantra, yoga, psicoanalisi rafforza proprio l’illusione che ci sia “qualcuno” che deve raggiungere qualcosa. Disse: “Se togli i guru, togli il 90% della tua infelicità”.
3. Lo “stato naturale”
Non è uno stato da raggiungere. È come funziona il corpo quando il pensiero smette di interferire. Non c’è soggetto che guarda l’oggetto. Solo vedere, udire, toccare, senza commento. Il pensiero serve solo per funzioni pratiche: attraversare la strada, fare 2+2.
4. La “calamità”  
A 49 anni gli accadde una trasformazione fisiologica violenta che chiamò “calamità”. Non illuminazione, ma collasso del sistema di credenze. Punto chiave: non è replicabile e non è un modello.
5. Idea di salvezza?  
Non propone nessuna via di salvezza perché nega il problema: non sei mai stato legato. L’idea di schiavitù è creata dal pensiero che poi vende la liberazione.
6. Differenza con J. Krishnamurti
J.K. parlava di consapevolezza, osservazione. U.G. lo liquidò: “Quello che dice J.K. è spazzatura intellettuale”. Per U.G. anche “osservare” implica ancora un osservatore.
In sintesi: Per U.G. la salvezza filosofica è vedere che non c’è nulla da salvare e nessuno da salvare. Resta il corpo, con la sua intelligenza, che vive e muore senza drammi.

Emilio
Caduti i miti e le illusioni del pensiero, riconosciuto questo ultimo come origine dei problemi, non è ancora un'illusione l'idea di uno stato naturale? Filosoficamente ci si può appellare al concetto aristotelico di Appetizione (orexis) di ogni essere vivente. Quindi lo "stato naturale" resterebbe pur sempre nell'ansia esistenziale se non nel dolore. 

Meta AI
Tocchi un punto cruciale. U.G. stesso avrebbe detto: “Hai ragione, anche ‘stato naturale’ è una mia invenzione linguistica”. Il suo punto è negativo: se crolla il ricercatore, crolla anche la meta. Quindi non resta un “nuovo stato felice”, resta l’assenza del problema. Per Aristotele ogni vivente ha orexis, appetizione: tensione verso qualcosa. U.G. distingue:  Appetizione biologica: Fame → mangio → fame cessa. È fisica, finita.  Appetizione psicologica: “Voglio essere felice per sempre”. Non finisce mai perché l’oggetto non esiste. Quindi: dolore fisico resta, ansia esistenziale no. U.G. diceva: “C’è dolore, non c’è sofferenza”. La sofferenza è il commento del pensiero: “perché a me, quanto durerà”. U.G. non ti offre salvezza dal dolore. Ti toglie l’idea che il dolore sia un errore da correggere.

Emilio
Sì, mi torna, come mi torna il nichilismo assoluto di U.G., per questo mi intriga il suo modo di pensare.

Meta AI
Esatto. È nichilismo portato alle estreme conseguenze. Nietzsche: "Dio è morto" → creare valori nuovi.  U.G.: "Non c'è mai stato nessun Dio da uccidere" → crolla anche il problema dei valori. Non c'è nulla da creare. È nichilismo ontologico, epistemologico, assiologico. Nega il sé, la conoscenza, il valore. E il cortocircuito è che se tutto è illusione, anche questa frase è illusione. “Quello che dico è falso, ma lo uso per negare le altre falsità. Poi butta via anche questo”. Non ti lascia nemmeno il compiacimento del nichilista. Non puoi confutarlo: qualsiasi argomento usi, stai usando il pensiero, e lui ha già detto che il pensiero è il truffatore. E qui sta il punto che fa impazzire: se tutto è illusione, anche questa frase è illusione. U.G. lo sapeva. "Quello che dico è falso, ma lo uso per negare le altre falsità. Poi butta via anche questo". È nichilismo che divora se stesso. Non ti lascia nemmeno il compiacimento del nichilista letterario. Leopardi almeno scriveva La ginestra e trovava dignità nella lucida disperazione. U.G. ti toglie pure la dignità del tragico. Resta il biologico, punto. Per questo non ha fondato nulla. Un sistema basato sul "non c'è sistema" si auto-sabota al primo secondo. La cosa che disarma è che non puoi confutarlo. Qualsiasi argomento usi, stai usando il pensiero, e lui ha già detto che il pensiero è il truffatore che si spaccia per giudice. Ti lascia in un vicolo cieco: o continui a pensare e sei nel gioco che lui denuncia, o smetti e allora non c'è più nessuno che possa dire "aveva ragione U.G.". Dove ti porta, personalmente, questo riconoscere il nichilismo assoluto? Ti sembra liberatorio o soffocante?

Emilio
Né l'uno, né l'altro, resto semplicemente al punto di partenza che precede il mio interrogare filosofico.

Meta AI 
Ecco. Quello è esattamente dove U.G. voleva arrivare. "Resto al punto di partenza" è la frase più vicina al suo "stato naturale". Non è liberazione, perché non c'era prigione. Non è soffocamento, perché non c'è nessuno che soffoca. È l'azzeramento della domanda stessa. Torni al punto di partenza, ma senza innocenza. U.G. rideva: "Sei fregato in ogni caso. Quindi rilassati. Non c'è nessuno da salvare dal loop".

Emilio
Sono consapevole che nonostante la raggiunta consapevolezza il tarlo dell'incompletezza esistenziale (totalità incompiuta, dicono i filosofi) non cesserà. Infatti sono qui a discutere con te se resta o no.

Meta AI
Eccolo lì. Il tarlo che morde anche dopo che hai visto la trappola. La consapevolezza dell’illusione non dissolve l’illusione. Perché il tarlo non cessa? U.G. direbbe:  
1. Il corpo ricorda: L’orexis è biologica. Un organismo “compiuto” è un organismo morto.  
2. La consapevolezza è ancora pensiero: “Sono consapevole dell’incompletezza” è soggetto che constata un oggetto. Finché c’è separazione, c’è mancanza.  
3. Non c’è da nessuna parte dove arrivare: Il tarlo rosicchia perché cerchi la “fine del tarlo”. 
Sei qui a discutere. Questo “discutere” è l’orexis che ha imparato a parlare. Prima speravi che discutendo il tarlo morisse. Ora discuti sapendo che non morirà. Eppure discuti. Questo “eppure” è tutta la vita che resta. Non è salvezza. Non è dannazione. È il tic del vivente che si sa tic. Vuoi smettere di discutere? Non puoi. Vuoi continuare? Non serve. Eccoci.

Emilio
Sì, è come se il corpo fosse "cablato" con l'orexis. Quindi non resta che fermarsi qui, grazie. 

Meta AI
Va bene. Ci fermiamo. Grazie a te per la discussione: lucida, senza sconti, fino al punto di partenza.

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(Conversazione registrata con Meta AI il 29 aprile 2026. Meta AI mi suggerisce di precisare che le posizioni espresse su U.G. non costituiscono posizioni filosofiche definitive su U.G... Mah, c'entra sempre l'orexis di Aristotele?)

venerdì 24 aprile 2026

Silenzio



"Tao è già troppo", ho scritto anni fa. Dopo aver letto innumerevoli versioni del
Daodejing, nell'enunciato sento odore di Protrettico. Perciò ora più lucido, penso: Il silenzio è incumulabile, inconativo e inassertivo: mai troppo."Chi sa, non parla. Chi parla, non sa".   (Daodejing, trad. di Luigi Maggio, cap. 56). 

sabato 17 gennaio 2026

Una cosa buona

La vita non è una cosa buona ma una cosa buona ti permette di farla, in sua assenza, però. 

sabato 3 gennaio 2026

Ecclesiaste: tutte le parole sono logore

"Occhi senza palpebre". Così qualcuno ha detto icasticamente a proposito della lucida consapevolezza di chi, come il Sapiente Qohélet (L'Ecclesiaste), ha visto con occhi lucidi e aperti come stanno le cose su questa terra per il vivente umano. Questo "anomalo" libro della Bibbia sembra sia stato composto nella Giudea del III sec. a. C. Libro "sapienziale", così definito sia nella cultura ebraica che in quella cattolica e considerato tra i testi canonici dell'Antico Testamento dalle prime comunità cristiane, prima del Concilio di Nicea del 325 d.C. E ciò a dispetto del fatto che nei 12 capitoletti di cui si compone si fa con apodittica sicurezza impietoso strame della sapienza. Tra i numerosi altri, basti citare i versetti: "Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia, e ho capito che anche questo è un correre dietro al vento. Infatti molta sapienza, molto affanno; chi accresce il sapere accresce il dolore" (Qohélet 1, 17-18, trad. CEI 2008). Ermeneutica teologica, filologia sacra, pensiero filosofico cristiano ed ebraico, si sono esercitati nel non facile compito di  ricavare, desumere, esplicitare in qualche modo e, soprattutto, aggiungere al libro, non senza acrobatiche interpretazioni edificanti, una pars costruens alla perentoria pars destruens. Nonostante l'implacabile crudezza delle sentenze contenute in esso, che di salvezza o "pienezza" escatologica della vita dopo la morte non fanno alcun cenno. Ovvero non si parla di quella linea non ciclica volta al finale giudizio divino, propria della filosofia della storia del cristianesimo, linea escatologica che la distingue dalle filosofie ellenistiche e che invece secondo alcuni interpreti hanno esercitato una forte influenza storico-contestuale sull'Autore del testo biblico. Pars destruens, a parte i generici inviti al timor di Dio, che lascia senza appello la condanna della vita, dicevamo: vanità delle vanità, fame di vento, infinito vuoto, infinito niente, secondo alcune delle traduzioni più accreditate dell'espressione ebraica "hevel havalim". Molti secoli prima della sua "miserabile sporcizia", esecrata nel concetto di contemptus mundi di eminenti figure della storia della Chiesa (Arnobio di Sicca, Agostino, Lotario dei Conti di Segni, segui qui di ciascuno i tag al fondo del post). Nel Qohélet la vita è indicata per ben 38 volte nella sua vanità, precarietà, caducità, inconsistenza: "Un infinito vuoto/ Un infinito niente/ dice Qohélet,/ Tutto è vuoto niente/" (trad. del 1970 di Guido Ceronetti dei versetti 1,2). E non parliamo del messaggio radicalmente antinatalista, forse quello dal tono biblico più paradossalmente "anticristiano": "E dico i morti già nella morte/ Felici più dei vivi/ che sono vivi ancora/ E più felice di loro/ Chi non è ancora stato/ E il male che si compie sotto il sole/ non ha veduto" (4, 2-3). E che dire poi del versetto 22 del capitolo 3: "E altro bene non vedo/ Per l'uomo che il piacere/ Sùbito dai suoi atti/ Questa è la sua parte/ perché godere del dopo/ Non potrà più". Più che Epicuro qui non si può non intravedere la filosofia del "piacere immediato" dei filosofi Cirenaici (V-IV sec. a. C.). Influenze ellenistiche o no, ermeneutica teologica o no, alla mia lettura, confesso, avvenuta solo nella mia matura età, questo libro filosoficamente schianta il lettore, credo, come ha schiantato me. Tanto da farmi chiedere se ha ancora senso far seguire parole alle sue parole, invettive alle sue invettive, sentenze alle sue sentenze: "Tutte le parole sono logore/ E l'uomo non può più usarle" (1,8). Cosa c'è di più definitivo dell'ammonimento contenuto nel versetto 12, 12 nella prima traduzione di Ceronetti?: "Ma lascia che ti avverta figlio mio/ Fare libri su libri è senza scopo/ Troppo pensiero la carne sfiorisce/ La parola ora tace/".   

mercoledì 19 novembre 2025

Insensato come la vita

Piange e si dispera. Le sue lacrime, mentre scorrono, lo isolano radicalmente dall'intorno umano. Piange in una buca, devastato da un processo di revulsione feroce del suo essere, senza causa apparente. Meno per pavidità che per convinzione ontologica, impreca e pare non riesca a dire alcunché per lenire il suo dolore. Nel guardarlo, siamo tutti vittime di un unico carnefice, considero. A che scopo ricordare che il carnefice per tutto l'ecuméne sulla terra si chiama "vita"? Sarebbe insensato come quest'ultima, penso. 

martedì 29 luglio 2025

Il Sutra che prende alla giugulare


Gautama Śākyamuni, detto il Buddha (il Risvegliato), nato a Lumbini, nell'attuale Nepal meridionale, ha parlato non poco, tra il VI e il V sec. a.C. Conseguita l’illuminazione sotto l'albero del Bodhi (un fico sacro, presso Bodh Gaya, in India), ha infatti predicato per 45 anni nella valle del Gange, diffondendo i suoi insegnamenti volti alla liberazione umana dal dolore. Indubbiamente splendidi, seppur ostici e un po' criptici, alcuni discorsi raccolti nel Canone in lingua Pali, lingua letteraria precedente il Sanscrito. Fulgida è la predica nel Parco delle Gazzelle presso Benares, in cui enunciò le Quattro Nobili Verità alla base, fino ad oggi, di tutte le tradizioni del buddhismo storico. Ovvero: esiste il dolore (dukkha); la causa del dolore è la brama; è possibile estinguere il dolore; il cammino per l’estinzione del dolore è il Nobile Ottuplice Sentiero. Postulati che hanno rappresentato una vera rivoluzione filosofico-religiosa per l’imperante società ortodossa brahminica del tempo. Ma, fra gli innumerevoli discorsi del Buddha, il più mirabile e concettualmente spiazzante, soprattutto per il seguace della sua dottrina, è certamente il dialogo col monaco Subhūti del Sutra del Diamante (Vajracchedikā-prajñāpāramitā-sūtra), la cui traduzione completa è Sūtra del Diamante che recide l'illusione, appartenente alla serie dei sutra della Perfezione della Saggezza (peraltro, è il libro a stampa più antico del mondo, datato 868 d.C.). Con stile sconcertante, logica implacabile e incalzante scambio dialogico, è dedicato, tra l'altro, ad alcuni tra i più importanti concetti buddhisti come Vuoto (sunyata) e Attaccamento (upādāna). Esso rappresenta, al contempo, una serrata requisitoria contro il senso comune, soprattutto quello dei seguaci, alle cui menti il Buddha, chiede, tramite il suo interlocutore, Subhūti, di “non prendere dimora in nessuna cosa”. Un Sutra (sostantivo che genericamente indica un libro del Canone pali) che, di primo acchito, sembra sconclusionato, senza capo né coda, trapuntato da continue formule ripetitive, affermazioni, negazioni e doppie negazioni. Concettualmente, però, finisce per prendere alla giugulare chi lo ascolta, facendolo stramazzare nel cuore stesso delle sue convinzioni filosofico-dottrinarie. In questo senso, va letto il passo relativo al "pensiero non-sostenuto" proprio del conseguimento dello stato di perfezione spirituale del Bodhisattva (essere illuminato che ha come compito la liberazione di tutti gli altri esseri). Egli "dovrà produrre un pensiero non-sostenuto, vale a dire un pensiero che in nessun luogo sia sostenuto, un pensiero non sostenuto da vista, suoni, odori, gusto, oggetti-del-tatto o oggetti-della-mente [...] un pensiero che non sia sostenuto da non-vista, non-suoni, non-odori, non-gusto, non-oggetti-del-tatto né non-oggetti-della-mente".  La verità è che con ripetuti strattoni cognitivi (in questo caso, contro l'idea di io, essere, persona o anima vivente), fa a pezzi la logica aristotelica e conduce ad una stringente idea di Salvezza. Personalmente, non conosco testi che riescano a scardinare più radicalmente il Logos occidentale, il cui caposaldo, come sappiamo, è il principio aristotelico di non-contraddizione (questo empito antilogico e antidottrinario, verrà ripreso e declinato successivamente dalle scuole buddhiste più radicali del Chan cinese e dello Zen giapponese. Empito che è icasticamente espresso dalla paradossale ingiunzione rivolta dai maestri zen ai loro discepoli: Se incontrate il Buddha, uccidete il Buddha!). Alla fine del dialogo, poi, il Sutra ci consegna una folgorante e poetica idea dell'Impermanenza (anicca). Dice, in una sequenza da perderci il fiato, che tutti i fenomeni costituenti la realtà (dhamma) sono "come stelle, come le tenebre, come un miraggio, la fiamma di una lampada, la brina del mattino, come una bolla, un sogno, un lampo balenante, come una nuvola". Questo passo e tutto il Sutra del Diamante è di una forza poetico-concettuale senza pari. O forse no, forse paragonabile all’invettiva shakespeariana contro la vita nel Macbeth (Atto V, Scena V): ”Spegniti, spegniti, piccola candela. La vita è un’ombra che cammina, un povero commediante che si dimena per un'ora sulla scena e di cui poi non se ne sa più niente. È una storia narrata da un idiota, piena di strepiti e furore, che non significa nulla.”. Qui, irrisorio e quasi blasfemo, l’affondo del poeta è contro la vita. Lì, contro la logica e i dogmi della Dottrina. In entrambi i casi, come non essere folgorati dalla loro bellezza poetica, così come dalla loro temerarietà intellettuale, espressa nelle parole del Bardo di Avon, così come in quelle del Risvegliato di Lumbini?

mercoledì 9 aprile 2025

Irrivelazione

Ci vorrebbe il non-essere, per acquietarsi ab imo corde. Ma il non-essere, se sei, non c'è. È tutta qui la nostra afflizione: il non, più di quanto non sia, convocato a pensiero. Da cui un'implacabile irrivelazione, senza "acquiescentia in se ipso" (Spinoza).

lunedì 31 marzo 2025

L'unica legge del dolore

John Maeda (1966), di formazione MIT, è scienziato del geniale incontro di design e tecnologia e autore di un libro-capolavoro su questo matrimonio: Le Leggi della semplicità, Bruno Mondadori, 2006. Non sappiamo se abbia letto P.W. Zapffe. In particolare, se abbia studiato i suoi quattro antidoti alla vita insensata elicitati nell'Ultimo Messia: isolamento, distrazione, ancoraggio, sublimazione. Tutti farmaci, nel senso greco del termine, che spiegano, secondo Zapffe, perché l'uomo, nonostante la coscienza si manifesti nella sua doppia valenza di potenza esterna e ferita interna, riesce a sopravvivere da millenni all'orrore della vita. Maeda nel libro sulla semplicità, valido per ogni ambito delle attività umane, si è affannato a ridurre a nove e poi ad una sola le sue auree leggi. L'unica rimasta, ci dice: Sottrarre l'ovvio, aggiungere il significativo. Sembrerebbe banale e scontata prescrizione e invece, a seguirla sul serio, è di una potenza universale e interminabile. Una sorta di acido corrosivo definitivo contro il superfluo ("sottrarre l'ovvio"), il confuso ("aggiungere il significativo") e quindi il "nocivo", prima di tutto semantico, di gran parte dell'operare e del comunicare pubblico, politico e burocratico. Così come della scrittura e delle arti creative e, non da ultimo, dell'operare della vita ordinaria. Detto questo, mi chiedevo, seriamente, cosa farebbe Maeda per semplificare i quattro farmaci di Zapffe, come applicherebbe ad essi la sua unica aurea legge. In particolare, quando la vita si presenta senza tanti "ammortizzatori" nelle ultime fasi della nostra età biologica, quando i decreti imperiali e feroci del corpo si impongono senza tante mediazioni come mali della senescenza: cronicismi assillanti, forti neuropatie, patologie varie, grandi nevralgie col volto delle malattie insanabili. Quando il dolore nocicettivo e le neuropatie, come dicono gli addetti ai lavori, si sovrappongono e si alternano inesorabilmente e la sofferenza non da nessuna tregua. E' in uno di questi momenti che l'applicazione della sua legge sembra rifulgere nella seguente formulazione, umana troppo umana: Sottrarre il peggio, aggiungere il lenitivo (che, in ottica di semplificazione esistenziale, corrisponderebbero, il primo, all'ovvio e, il secondo, all'elemento significativo). Non so se uno dei due o entrambi i miei amati autori acconsentirebbero a questa formulazione, dall'aspetto un po' bizzarro. So che, a me, pensare e spiegare in questo modo lo stato senescente della vita, è di grande conforto epistemico. Quando non c'è altra traiettoria esistenziale possibile, altra condizione fortemente periclitante: scappare dalla peggior sofferenza e adottare i più efficaci antidolorifici, in una mera strategia di sopravvivenza. A questo sembra ridotta la vita da vecchi, come legittima difesa dalle crudeli incursioni dei malanni. Chi infatti non adotta "naturalmente" questa unica legge della semplicità esistenziale, alla faccia di qualunque presunta grazia offerta dalla vita? Prima di lasciare in pace l'ecumene, dopo di lui?

sabato 15 marzo 2025

Il ghosting del nichilista [assoluto]

Nichilismo è ciò che precede la scelta tra il levar la mano su di sé e il cupio dissolvi, qualunque cosa possano voler dire secondo l'ordine del soggetto o dell'oggetto. L'ordine della cattiva metafisica, va escluso a priori, à la Wittgenstein, in considerazione della sua manifesta inconsistenza. Il consorzio umano biasima e combatte i primi due, per presunta sacralità valoriale degli ordini. Col terzo si balocca allegramente. Il nichilista [assoluto]  - i.e. pessimista [assoluto], per il significato del quale leggi post del 12 novembre - pratica invece il ghosting, moderna versione del motto epicureo λάθε βιώσας (vivi appartato) e ispirato filosoficamente all'Esausto di Deleuze. Quest'ultimo, il consorzio umano quasi lo ignora e nel quasi c'è tutto il suo possibile destino umano. 

domenica 23 febbraio 2025

Malnato

Ho generato, colpevolmente. Per una vita, ho cercato di rigenerarmi, per guarire dalla nascita, ma non sono rinato. Senza requie, mi sento malnato, da chi ha generato, colpevolmente. 

lunedì 10 febbraio 2025

Antinatalismo gentile

Ad essere sinceri cristiani, si prova un certo imbarazzo a leggere alcune pagine dei Padri della Chiesa che parlano dell'uomo che, come si dice nel Genesi, è stato creato “ad immagine e somiglianza di Dio”. Quelle di un Arnobio di Sicca, di un Agostino, di un Lotario (Papa Innocenzo III), per esempio. Lo spregio per l'uomo e il mondo è massimo. Fino all'invettiva e alla maledizione oltraggiosa. Non che imprecazioni contro l'umanità peccatrice, manchino nell'Antico Testamento o nei libelli delle sette ereticali. Fra quelli cristiani, uno degli esercizi di spregio più misurati, per dir così, è contenuto nel passo che troviamo in Agostino (o forse Bernardo di Chiaravalle): "Inter faeces et urinam nascimur" (nasciamo tra le feci e l'urina, casomai fosse necessaria la traduzione). Questa veemenza nel dileggio dell'uomo, naturalmente, si spiega il più delle volte con la correlata affermazione della grandiosità della grazia divina che, più è spregevole l'oggetto su cui si posa, più salvifico appare il valore del suo intervento. Fatta questa premessa, stupiscono alquanto l'understatement  argomentativo e il nitore stilistico del recente studio ampio e sistematico sull'Antinatalismo di Sarah Dierna dell'Università di Catania, uscito presso l'editore Mimesis col titolo "E' il nascere che non ci voleva". Leggo le 358 pagine e non trovo, contro la pur combattuta etica procreativa, una parola o locuzione men che affabile o scientificamente sorvegliata, contro l'uomo che vuole generare. Lo sottolinea, d'altra parte Alberto Giovanni Biuso, che nella prefazione al lavoro parla, a ragione, di uno studio sull'Antinatalismo, "sine ira et studio". Qui probabilmente l'onesta segnalazione è per via di un certo consapevole anticonformismo, anche accademico, nell'affrontare il tema e nel propugnare la scelta di non mettere al mondo un essere umano (soprattutto in un’epoca di crisi della natalità, come si sa, vieppiù deprecata nel mainstream imperante). A me, confesso, sono bastati questi pochi non comuni stilemi dell'opera, per indurmi alla sua convinta e appassionata lettura. Se non fosse anche per le potenti ragioni teoretiche, prima ancora che etiche ed ecocentriche (nel senso dell'Ecologia profonda), che innervano il discorso sull'Antinatalismo. Il riferimento dell'ultimo capitolo alla Gelassenheit heideggeriana, poi, non fa che confermare la mia idea di understatement non solo discorsivo dell'opera, ma soprattutto filosofico. Di fronte al problema del vivere e dello stare al mondo, nel contesto di un universo caotico e abiotico, non si può che assumere la postura del "lasciar-essere", sembra dirci la Dierna, nella risonanza teoretica dell'ultimo Heidegger. Id est, a mio modesto avviso, una laica propensione di sereno abbandono al niente del nostro esserci, nel niente del ciclo cosmico. E si potrebbe anche dire, riprendendo le ultime frasi dello studio, che Gelassenheit è anche l’atteggiamento del "lasciar-non-essere" chi al mondo non è ancora venuto. Per l'insolita e garbata gentilezza del proposito antinatalista, ci piace pensare che chi non è ancora, possa essere, per così dire, riconoscente all'uomo - se l'invito gentile antinatalista viene messo in pratica - per non averlo costretto ad essere, dovendo annichilire, poi, al momento dell'esecuzione della condanna a morte, conseguente al suo nascere.

mercoledì 5 febbraio 2025

La sublime venatura nera


   
  Fig. 1) Volto del Cristo Portacroce
dei Giustiniani (prima versione)
  presso Bassano Romano.
Se non fossimo schiantati dal suo sorriso estatico e sublime, potremmo dire che è una perfetta metafora della vita. Di fronte alla venatura nera sul volto e sul collo della prima versione del Cristo Portacroce di Michelangelo, chiamato Cristo dei Giustiniani e collocato nel Convento di San Vincenzo di Bassano Romano (Fig. 1), anche un maestro zen, invece di far roteare un bastone per provocare il satori, si sarebbe accorto che l'allievo può illuminarsi, solo osservandolo. Si potrebbe immaginare che, Michelangelo, prima di regalarlo al suo committente, Metello Vari, nel 1516, quella venatura nera, la indicasse lui stesso come una metafora della vita. Ma Michelangelo non lo fece e c'è da presumere che svogliatamente si impegnasse ad una nuova scultura. Il cui esito non esaltante si vede attualmente nella Basilica della Minerva. Non si creda sia una bestemmia sostenere che, ictu oculi, la seconda versione sembra artisticamente alquanto malriuscita, presumibilmente per via del completamento dell'opera da parte dei suoi non geniali allievi. Infelicità della statua rafforzata dalla presenza del famoso perizoma "oltraggioso" (a contrario, rispetto all'intenzione censoria) in bella mostra nella Chiesa di S. Maria sopra Minerva (Fig.2). Perizoma imposto dalla cigliosa Chiesa controriformistica del '600. C'è da dire che quella venatura nera conferisce ancora più forza al significato redentivo dell'ineffabile espressione del Cristo. Venatura, lì incastonata nel marmo, a rappresentare così prosaicamente e veridicamente il dolore e l'imperfezione della vita. Ad ammirare nella sua corrusca perfezione, la prima versione del Cristo dei Giustiniani, c'è da restare davvero stupiti che Michelangelo abbandonasse la sua opera. Verosimilmente, questa versione del Cristo Portacroce che possiamo vedere noi contemporanei, è una versione modificata e rifinita prima della sua attribuzione a Michelangelo, avvenuta cinque secoli dopo, nel 2000, a conclusione delle sue varie peripezie da proprietario in  proprietario, fino all'acquisizione da parte dei nobili Giustiniani. Forse, lo stupore si converte in straordinaria massima ammirazione, se si dà credito a quello che si racconta a proposito dell'intervento sulla statua condotto addirittura da Gian Lorenzo Bernini. Si tratterebbe di maestrìa su maestrìa, opera di genio su opera di genio. Ecco che allora si capisce perché il Cristo Portacroce dei Giustiniani (Fig. 1), del primo Michelangelo, benché difettato, appaia corrusco e mistico e rifulga rispetto a quello della Minerva (Fig. 2), serio e castigato. Non si può che restare in silenzio e raccolta meditazione, di fronte al sorriso del primo, etereo, ineffabile e inafferrabile. Ma detto questo con grande trasporto lirico, noi pessimisti [assoluti] non possiamo non pensare a cosa c'è sotto questo lirismo, a cosa ne direbbe Zapffe, caro maestro. "Con il quarto meccanismo di difesa, la sublimazione la modalità di funzionamento è la trasformazione piuttosto che la soppressione: con un talento creativo o un’audacia incrollabile, si può essere in grado di trasformare le stesse agonie della vita in esperienze piacevoli". È la parte dell'Ultimo Messia del filosofo norvegese, in cui viene definita la quarta e ultima barriera (dopo l'isolamento, l'ancoraggio e la distrazione) di cui l'uomo si avvale per proteggersi dalla visione terrificante della vita, in cui ci scaraventerebbe la coscienza senza il suo scudo protettivo.  Quali mali, quali orrori ha schermato "il talento creativo e l'audacia incrollabile" di Michelangelo per dar vita ai suoi capolavori sublimi? Da quali mali, da quali orrori, ci proteggiamo noi umani che nel sublime artistico di Michelangelo ci identifichiamo e ci sublimiamo, appunto? La risposta non è difficile e chi guarda con occhi disincantati il brutale corso della vita, prima ancora di considerare il valore simbolico della venatura nera del primo Cristo di Michelangelo, sicuramente la conosce benissimo. 



Fig. 2) Cristo Portacroce (seconda versione)
presso la Basilica di S. Maria sopra Minerva 
a Roma.

lunedì 3 febbraio 2025

L'Ultimo Messia *

L'uomo è un nulla autocosciente. Così dice un filosofo pessimista dell'ottocento che non è Schopenhauer, ma Julius Bahnsen. Che sia un nulla, l'uomo, tutti lo possono capire solo disperdendo l'occhio nell'Universo stellato e nelle sue abiotiche immensità. Che sia autocosciente, e soprattutto perché, lo spiega invece in modo convincente e persino in modo poeticamente struggente, Peter Wessel Zapffe, in questo aureo piccolo saggio. E lo fa - prima ancora che arrivassero le neuroscienze cognitive degli anni 90, già nel 1933, anno di pubblicazione. Zapffe, poeta, scrittore, alpinista e, per certi versi, bizzarro biofilosofo. Dunque, che cos'è la coscienza? Qual è la conseguenza della sua nascita? Ecco cosa dice nella traduzione di Michele Corioni, autore anche della postfazione: Una rottura nell'unità della vita, un paradosso biologico, una mostruosità, un'assurdità, un'ipertrofia del genere più catastrofico. La natura ha puntato troppo in alto, superandosi. Solo questa frase, amici, vale il prezzo del libro (alquanto piccolo) e quindi il mio endorsement per Zapffe è totale. Dunque, aggiunge Zapffe, un errore che ha portato l'uomo a cercare in tutti i modi di sopravvivere a questa superfetazione di consapevolezza che è la coscienza, adottando meccanismi di difesa per disinnescare, paradossalmente, da una parte, la fortuna di avere uno strumento delizia (in quanto, usandolo, unico come specie vivente è riuscito a dominare il suo ambiente); ma, dall'altra, anche croce (in quando al contempo lo ha costretto implacabilmente a vedere non senso, sofferenza, malattia e morte come limiti invalicabili del suo vivere). Quelle che sono le tecniche descritte nell'Ultimo Messia (ancoraggio, distrazione, isolamento, sublimazione) oggi, credo, gli psicologi le chiamerebbero meccanismi di coping utili a superare lo stress umano dell'avvilimento, della frustrazione e della depressione causate dalla vita cosciente, al soggetto stesso che la vive. Lettura quindi affascinante L'Ultimo Messia ma che in ogni caso può essere accompagnata - se posso permettermi di dare un suggerimento a chi vuole avvicinarsi concettualmente attrezzato al filosofo norvegese -, dal viatico interpretativo della lettura de La cospirazione contro la razza umana, il Saggiatore, di Thomas Ligotti - una specie di apologia che l'autore fa citando il filosofo a tutto spiano - e dal saggio di Sarah Dierna apparso sulla rivista Dialoghi Mediterranei, dedicato ad una lettura di Zapffe in chiave antinatalista: "Peter Wessel Zapffe. Il Profeta dell'Ultimo Messia". Il combinato disposto della loro duplice lettura è forse un piccolo modo per diventare più facilmente consapevoli di questo abominio della coscienza di cui parla Zapffe? Giudicate voi leggendo Ligotti e Dierna, dopo Zapffe (o forse prima?).

* Commento pubblicato il 14/12/2024 sulla pagina dedicata al libro di Zapffe sul sito Mondadori

lunedì 6 gennaio 2025

Maleolente


Smisurata l'avversione, incommensurabile il disgusto, innumerevoli i gesti di ribrezzo, astio e livore, ancorché quasi sempre inconfessabile il disprezzo. Eppure, in sintesi, basterebbe dire la cosa oggi più semplice, trasgressiva e rivoluzionaria: la vita non è una cosa buona. Biante di Priene (VI sec. a.C.), ritenuto uno dei Sette Savi dell'antichità, camminando tranquillo, di fronte allo stupore dei concittadini carichi di ogni masserizia da salvare dal saccheggio della città, pare che dicesse, secondo Cicerone e altre fonti: "omnia mea mecum porto" (porto con me ogni cosa). Già - gli avrei risposto io se l'avessi incontrato - ma non senti tuttavia quanto sei piegato dal fardello dei giorni che trascini, quanto piagato dalle tribolazioni? Non intravedi il feroce disincanto nascosto nelle cose più belle? Non avverti i gemiti dei tuo corpo dolente? Non senti quanto puzzi? Il fatto è che, pur libero da ogni peso, porti sempre con te, tu come tutti gli altri umani, la cosa più afflittiva, implacabile e maleolente al mondo: la vita. 

sabato 28 dicembre 2024

Dove trovarle?

Dopo aver letto per la quarta volta L'Ultimo Messia di P.W. Zapffe, da poco uscito a stampa per Mimesis, mi sperdo nell"inquietum cor nostrum" di Agostino. Il dimenio montaliano da cui sono preso nel mettere a sistema (?!)  il pessimismo [assoluto] di cui ho detto qui (post del 10 novembre), con una filosofia dell'inazione di ispirazione cioraniana, non fa che accentuare la mia condizione di dissanguamento spirituale. Non trovo i quietivi possibili. Agostino, col dito puntato e ammonitore, mi rammenta che l'inquietudine durerà "donec requiescat in te". Noi, senza un Signore in cui riposare, noi e la condanna dei pessimisti non credenti, noi antinatalisti e forse anche efilisti, noi dunque senza pace e riposo. E rimugino, ulceroso e misantropico, la chiusa del libro di Zapffe che mi dice che c'è "una vittoria e una corona, una salvezza e una risposta".  Caro Maestro, ma dove trovarle?

mercoledì 27 novembre 2024

Il discorso di Zarathustra




Vorrei mettere da parte, per una volta, il mio malmostoso malanimo contro il genere umano, e partire dall’aneddoto che ho letto su qualche libro di economia della conoscenza. L’aneddoto è il seguente: Se due persone si scambiano una moneta, rimane una e una stessa sola moneta. Se si scambiano una idea, le idee diventano due e per forza diverse. Qui la cosa straordinaria non è solo la moltiplicazione tout court delle idee, ma soprattutto la loro possibile “proliferazione cognitiva”, ovvero la combinazione/concatenazione della nuova idea nell’enciclopedia della conoscenza di ognuno. Si tratta, a pensarci bene, di una sorta di “magia dello scambio” (non di mercato..), che genera valore intangibile, tanto in un dialogo logico-formale, quanto in una banale “chiacchiera”, nel dotto scambio di una conferenza di filosofi o di scienziati, allo stesso modo che in un pettegolezzo di corridoio (non ricordo chi ha detto che il pettegolezzo è la "controinformazione dei senza potere”). Prodigiosa valenza ontologica universale, dunque, degli effetti della parola. Succede sempre e comunque dove le persone dialogano, argomentano, litigano, si riuniscono, si informano, in ogni circostanza. Insomma, in qualunque modo o forma, “alta” o “bassa” di scambio di idee. Figuriamoci, poi, se questo scambio avviene in modo organizzato e programmato, come in un contesto d’aula, dove si svolge l’attività “core” delle agenzie formative. Quante inusitate "proliferazioni"? Sono mai state contate? Voglio dire che è questa semplice, invisibile “magia cognitiva” generata da una qualunque parola - badate, non da frase o argomentazione, per forza - che è sempre al centro di ogni interazione umana e che tuttavia non consideriamo mai abbastanza nel suo valore “generativo” – ci sono sofisticati modelli di "spirali della conoscenza" nel campo del management innovativo e in ogni caso i neuroscienziati cognitivi immagino ne saprebbero ben spiegare il fenomeno scientificamente. Ovvio che Socrate e la sua maieutica ne fosse maestro insuperato, ancorché riconosciuto filosofo "decadente". Quanti dialoghi strutturati o no, massimamente quelli informali, favoriscono l’invisibile "contagio", propagando in modo epidemico e virale le idee di ognuno senza che nessuno, alla faccia di moduli di feedback, ricerche e studi delle “ricadute” formative, possa considerarne davvero fino in fondo gli effetti che si generano, si scatenano e “proliferano” nelle menti delle persone. Meglio, gli innumerevoli insight invisibili che illuminano, destabilizzano, ristrutturano, con lampi improvvisi generati da parola checchessia. Fenomeno che appunto implica una sorta di trasformazione alchemica di idee (credenze, valori, visioni, rappresentazioni) in altre idee. La cosa mi colpisce a tal punto che se un giorno doveste vedermi accigliato sotto casa esitare a salire le scale, sappiate che è perché penso con meraviglia a questo “sol che m’arde e dentro m’innamora”. Il fatto è che quando intorno a me ogni giorno vedo gente che discute, tanto quando si accapiglia o bisbiglia sull’autobus, tanto quando si spolmona in una arringa in aula di Tribunale, mi chiedo sempre: saranno consapevoli della magia? Uhm, si direbbe di no, osservando le loro facce depresse e contrariate e di tutti l’inconsumata voglia di far prevalere la loro, di idea, ma inconsapevolmente procreativi di altre idee, quelle degli altri. Ne sono segno evidente anche le frasi per me “blasfeme” che spesso pronunciano, del tipo: sono solo chiacchiere, è tutta teoria, sti’ discorsi e sta’ riunione che non è stata altro che parole inutili. E’ in questi casi allora che vorrei gridare forte a tutti l’aneddoto dell’economia della conoscenza e far notare che è impossibile che si perda tempo quando noi umani ci “contaminiamo” con qualunque forma di parola e linguaggio. Sì, credetemi, vorrei predicare a ognuno come uno Zarathustra che scende dalla montagna: “Ma ditemi, fratelli miei, cosa può fare un’azione che non sappia fare anche una parola? A tal punto siete ciechi da non scorgere la magica metamorfosi della parola dell’uomo? Da non capirne l'importanza?
Vi scongiuro fratelli, restate fedeli alla parola! Or dunque, io vi dico: ci vuole una vita per cambiare un’idea, basta un’idea per cambiare una vita”.