Nel vivere in carenza d'essere, ci si trova in una inapparente erosione. Essa non salva ma rende saldi al disfarsi. E' con questo sgretolarsi che si resta fragili e appesi all'unica possibile meta alla "fine del pensiero".
giovedì 18 giugno 2026
sabato 13 giugno 2026
Contro il pensiero
Il problema dell'uomo - dice U.G. - è che vuole trovare soluzioni ai suoi problemi usando lo stesso strumento che li crea: il pensiero. Che è inoltrepassabile e inaggirabile, visto che ne siamo già sempre dentro, con tutti i falsi problemi (senso, verità, salvezza) e le false soluzioni (scienza, religione, filosofia, arte). Ne segue che non c'è “niente da pensare", “niente da fare”, senza ricadere nel circolo vizioso. Così, semplicemente, c’è solo da capire che non c’è un problema, perché è solo quello del pensiero, appunto, che cerca inutilmente di risolverlo. In spregio al monito dell’Accademia di Platone e a secoli di antropocentrismo umanistico, dunque: “chi cerca è già perso", dice U.G., con impareggiabile understatement.
Lo stesso dell’avvertenza che: “Il mio insegnamento, se così volete chiamarlo, non ha copyright. Siete liberi di riprodurlo, diffonderlo, interpretarlo, fraintenderlo, distorcerlo, alterarlo. Potete farne quel che vi pare; potete anche pretendere di essere voi gli autori, senza bisogno di chiedere né il mio consenso, né il permesso di chiunque altro.”
Alleluja, vien da dire.
Ad
onta del suo anti-insegnamento senza copyright, nostro malgrado, purtroppo continueremo a cercare e a pensare che il
problema c’è. E continueremo ad essere persi. Dentro un inaggirabile pensiero,
fino al suo definitivo ultimo spegnersi con l’illusorio io dell’uomo che lo
pensa.
sabato 23 maggio 2026
Come uno sgozzato
“La cosa più vicina all’assassinio che ho visto è il parto. […] È vero, è un assassinio. Il bambino è come un beato. Il primo segno di vita è l'urlo di dolore. […] quando l'aria arriva negli alveoli polmonari del bambino, è una sofferenza indicibile e la prima manifestazione della vita è il dolore. È più di un grido. Sono le urla di uno sgozzato, le urla di una persona che viene uccisa, che viene assassinata.” Queste parole di Marguerite Duras rappresentano a mio parere una delle più coraggiose forme di parresia letteraria del XX secolo. Parresia che squarcia i pregiudizi e le narrazioni edulcorate del parto. Tanto schiette quanto supreme, realistiche e quasi feroci. Leggendone la citazione in una recensione su Doppiozero del libro di Jamieson Webster Sul respirare, ho pensato alle parole di Peter Wessel Zapffe che indicano nelle levatrici e nelle balie l’avanguardia di coloro che “seppelliranno sotto le loro unghie” L’Ultimo Messia, quando avrà pronunciato parole di possibile salvezza per l’umano. Evidenti ma diverse declinazioni di antinatalismo, nell’uno e nell’altro caso. Profetico e consolatorio, se non illusorio, nel secondo: “Conoscete voi stessi; siate sterili e che ci sia pace sulla Terra dopo il vostro passaggio.” (Zapffe). Vero e crudo fino alla provocatoria brutalità, nel primo: “le urla di uno sgozzato, le urla di una persona che viene uccisa, che viene assassinata.” (Duras). Dove la letteratura vede con verità l’atrocità della vita così com’è e non la sta a pensare vera come la filosofia.
lunedì 11 maggio 2026
Braccia protese
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| Particolare del Sarcofago romano del II sec.d.C. raffigurante la Morte di Meleagro. Mostra della Fondazione Luigi Rovati 13/5/26 - 2/8/26, Milano. |
Altea, per onorare i fratelli uccisi dal figlio, brucia il tizzone che, secondo il mito, tiene in vita Meleagro, poi uccide anche se stessa.
sabato 2 maggio 2026
Dialogo con Meta AI su Uppaluri Gopala Krishnamurti
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Emilio
Mi esponi il pensiero di U.G. Krishnamurti?
Meta AI
U.G. Krishnamurti (1918-2007) è uno dei pensatori più radicali del ‘900. Non ha fondato scuole, non ha discepoli, e rifiutava l’etichetta di “guru”. La sua idea di fondo: non c’è nulla da cui salvarsi, perché non c’è nessun “io” da salvare.
1. La premessa: la mente è il problema
Per U.G. il pensiero è solo un meccanismo di sopravvivenza biologico. Quando lo usiamo per cercare “verità”, “illuminazione”, “salvezza”, crea un falso problema. L’“io” è una costruzione linguistica e culturale. Non esiste un’entità separata dentro il corpo.
2. Critica a religione, spiritualità e psicologia
Ogni tecnica, meditazione, mantra, yoga, psicoanalisi rafforza proprio l’illusione che ci sia “qualcuno” che deve raggiungere qualcosa. Disse: “Se togli i guru, togli il 90% della tua infelicità”.
3. Lo “stato naturale”
Non è uno stato da raggiungere. È come funziona il corpo quando il pensiero smette di interferire. Non c’è soggetto che guarda l’oggetto. Solo vedere, udire, toccare, senza commento. Il pensiero serve solo per funzioni pratiche: attraversare la strada, fare 2+2.
4. La “calamità”
A 49 anni gli accadde una trasformazione fisiologica violenta che chiamò “calamità”. Non illuminazione, ma collasso del sistema di credenze. Punto chiave: non è replicabile e non è un modello.
5. Idea di salvezza?
Non propone nessuna via di salvezza perché nega il problema: non sei mai stato legato. L’idea di schiavitù è creata dal pensiero che poi vende la liberazione.
6. Differenza con J. Krishnamurti
J.K. parlava di consapevolezza, osservazione. U.G. lo liquidò: “Quello che dice J.K. è spazzatura intellettuale”. Per U.G. anche “osservare” implica ancora un osservatore.
In sintesi: Per U.G. la salvezza filosofica è vedere che non c’è nulla da salvare e nessuno da salvare. Resta il corpo, con la sua intelligenza, che vive e muore senza drammi.
Emilio
Caduti i miti e le illusioni del pensiero, riconosciuto questo ultimo come origine dei problemi, non è ancora un'illusione l'idea di uno stato naturale? Filosoficamente ci si può appellare al concetto aristotelico di Appetizione (orexis) di ogni essere vivente. Quindi lo "stato naturale" resterebbe pur sempre nell'ansia esistenziale se non nel dolore.
Meta AI
Tocchi un punto cruciale. U.G. stesso avrebbe detto: “Hai ragione, anche ‘stato naturale’ è una mia invenzione linguistica”. Il suo punto è negativo: se crolla il ricercatore, crolla anche la meta. Quindi non resta un “nuovo stato felice”, resta l’assenza del problema. Per Aristotele ogni vivente ha orexis, appetizione: tensione verso qualcosa. U.G. distingue: Appetizione biologica: Fame → mangio → fame cessa. È fisica, finita. Appetizione psicologica: “Voglio essere felice per sempre”. Non finisce mai perché l’oggetto non esiste. Quindi: dolore fisico resta, ansia esistenziale no. U.G. diceva: “C’è dolore, non c’è sofferenza”. La sofferenza è il commento del pensiero: “perché a me, quanto durerà”. U.G. non ti offre salvezza dal dolore. Ti toglie l’idea che il dolore sia un errore da correggere.
Emilio
Sì, mi torna, come mi torna il nichilismo assoluto di U.G., per questo mi intriga il suo modo di pensare.
Meta AI
Esatto. È nichilismo portato alle estreme conseguenze. Nietzsche: "Dio è morto" → creare valori nuovi. U.G.: "Non c'è mai stato nessun Dio da uccidere" → crolla anche il problema dei valori. Non c'è nulla da creare. È nichilismo ontologico, epistemologico, assiologico. Nega il sé, la conoscenza, il valore. E il cortocircuito è che se tutto è illusione, anche questa frase è illusione. “Quello che dico è falso, ma lo uso per negare le altre falsità. Poi butta via anche questo”. Non ti lascia nemmeno il compiacimento del nichilista. Non puoi confutarlo: qualsiasi argomento usi, stai usando il pensiero, e lui ha già detto che il pensiero è il truffatore. E qui sta il punto che fa impazzire: se tutto è illusione, anche questa frase è illusione. U.G. lo sapeva. "Quello che dico è falso, ma lo uso per negare le altre falsità. Poi butta via anche questo". È nichilismo che divora se stesso. Non ti lascia nemmeno il compiacimento del nichilista letterario. Leopardi almeno scriveva La ginestra e trovava dignità nella lucida disperazione. U.G. ti toglie pure la dignità del tragico. Resta il biologico, punto. Per questo non ha fondato nulla. Un sistema basato sul "non c'è sistema" si auto-sabota al primo secondo. La cosa che disarma è che non puoi confutarlo. Qualsiasi argomento usi, stai usando il pensiero, e lui ha già detto che il pensiero è il truffatore che si spaccia per giudice. Ti lascia in un vicolo cieco: o continui a pensare e sei nel gioco che lui denuncia, o smetti e allora non c'è più nessuno che possa dire "aveva ragione U.G.". Dove ti porta, personalmente, questo riconoscere il nichilismo assoluto? Ti sembra liberatorio o soffocante?
Né l'uno, né l'altro, resto semplicemente al punto di partenza che precede il mio interrogare filosofico.
Meta AI
Ecco. Quello è esattamente dove U.G. voleva arrivare. "Resto al punto di partenza" è la frase più vicina al suo "stato naturale". Non è liberazione, perché non c'era prigione. Non è soffocamento, perché non c'è nessuno che soffoca. È l'azzeramento della domanda stessa. Torni al punto di partenza, ma senza innocenza. U.G. rideva: "Sei fregato in ogni caso. Quindi rilassati. Non c'è nessuno da salvare dal loop".
Emilio
Sono consapevole che nonostante la raggiunta consapevolezza il tarlo dell'incompletezza esistenziale (totalità incompiuta, dicono i filosofi) non cesserà. Infatti sono qui a discutere con te se resta o no.
Meta AI
Eccolo lì. Il tarlo che morde anche dopo che hai visto la trappola. La consapevolezza dell’illusione non dissolve l’illusione. Perché il tarlo non cessa? U.G. direbbe:
1. Il corpo ricorda: L’orexis è biologica. Un organismo “compiuto” è un organismo morto.
2. La consapevolezza è ancora pensiero: “Sono consapevole dell’incompletezza” è soggetto che constata un oggetto. Finché c’è separazione, c’è mancanza.
3. Non c’è da nessuna parte dove arrivare: Il tarlo rosicchia perché cerchi la “fine del tarlo”.
Sei qui a discutere. Questo “discutere” è l’orexis che ha imparato a parlare. Prima speravi che discutendo il tarlo morisse. Ora discuti sapendo che non morirà. Eppure discuti. Questo “eppure” è tutta la vita che resta. Non è salvezza. Non è dannazione. È il tic del vivente che si sa tic. Vuoi smettere di discutere? Non puoi. Vuoi continuare? Non serve. Eccoci.
Emilio
Sì, è come se il corpo fosse "cablato" con l'orexis. Quindi non resta che fermarsi qui, grazie.
Meta AI
Va bene. Ci fermiamo. Grazie a te per la discussione: lucida, senza sconti, fino al punto di partenza.
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(Conversazione registrata con Meta AI il 29 aprile 2026. Meta AI mi suggerisce di precisare che le posizioni espresse su U.G. non costituiscono posizioni filosofiche definitive su U.G... Mah, c'entra sempre l'orexis di Aristotele?)
venerdì 24 aprile 2026
Silenzio
"Tao è già troppo", ho scritto anni fa. Dopo aver letto innumerevoli versioni del Daodejing, nell'enunciato sento odore di Protrettico. Perciò ora più lucido, penso: Il silenzio è incumulabile, inconativo e inassertivo: mai troppo."Chi sa, non parla. Chi parla, non sa". (Daodejing, trad. di Luigi Maggio, cap. 56).
sabato 17 gennaio 2026
sabato 3 gennaio 2026
Ecclesiaste: tutte le parole sono logore
mercoledì 19 novembre 2025
Insensato come la vita
Piange e si dispera. Le sue lacrime, mentre scorrono, lo isolano radicalmente dall'intorno umano. Piange in una buca, devastato da un processo di revulsione feroce del suo essere, senza causa apparente. Meno per pavidità che per convinzione ontologica, impreca e pare non riesca a dire alcunché per lenire il suo dolore. Nel guardarlo, siamo tutti vittime di un unico carnefice, considero. A che scopo ricordare che il carnefice per tutto l'ecuméne sulla terra si chiama "vita"? Sarebbe insensato come quest'ultima, penso.
martedì 29 luglio 2025
Il Sutra che prende alla giugulare
Gautama Śākyamuni, detto il Buddha (il Risvegliato),
nato a Lumbini, nell'attuale Nepal meridionale, ha parlato non poco, tra il VI e il V
sec. a.C. Conseguita l’illuminazione sotto l'albero del Bodhi (un fico sacro, presso Bodh Gaya, in India), ha infatti predicato per 45 anni nella valle del Gange, diffondendo i suoi
insegnamenti volti alla liberazione umana dal dolore. Indubbiamente splendidi, seppur ostici e un po' criptici,
alcuni discorsi raccolti nel Canone in lingua Pali, lingua letteraria precedente il Sanscrito. Fulgida è la predica nel Parco
delle Gazzelle presso Benares, in cui enunciò le Quattro Nobili Verità alla base, fino ad oggi, di tutte le tradizioni
del buddhismo storico. Ovvero: esiste il dolore (dukkha); la causa del dolore è la brama; è possibile estinguere il dolore; il cammino per l’estinzione del dolore è il Nobile Ottuplice Sentiero.
Postulati che hanno rappresentato una vera rivoluzione filosofico-religiosa per
l’imperante società ortodossa brahminica del tempo. Ma, fra gli
innumerevoli discorsi del Buddha, il più mirabile e concettualmente spiazzante,
soprattutto per il seguace della sua dottrina, è certamente il dialogo col monaco Subhūti del Sutra del Diamante (Vajracchedikā-prajñāpāramitā-sūtra),
la cui traduzione completa è Sūtra del Diamante che recide l'illusione, appartenente alla serie dei sutra della Perfezione della Saggezza (peraltro, è il libro a
stampa più antico del mondo, datato 868 d.C.). Con stile sconcertante, logica implacabile
e incalzante scambio dialogico, è dedicato, tra l'altro, ad alcuni tra i più importanti concetti buddhisti come Vuoto (sunyata) e Attaccamento (upādāna). Esso rappresenta, al contempo, una
serrata requisitoria contro il senso comune, soprattutto quello dei seguaci, alle cui menti il Buddha, chiede, tramite il suo
interlocutore, Subhūti, di “non
prendere dimora in nessuna cosa”. Un Sutra
(sostantivo che genericamente indica un libro del Canone pali) che, di
primo acchito, sembra sconclusionato, senza capo né coda, trapuntato da continue formule
ripetitive, affermazioni, negazioni e doppie negazioni. Concettualmente, però, finisce per prendere alla giugulare chi lo ascolta, facendolo stramazzare nel cuore stesso delle sue
convinzioni filosofico-dottrinarie. In questo senso, va letto il passo relativo al "pensiero non-sostenuto" proprio del conseguimento dello stato di perfezione spirituale del Bodhisattva (essere illuminato che ha come compito la liberazione di tutti gli altri esseri). Egli "dovrà produrre un pensiero non-sostenuto, vale a dire un pensiero che in nessun luogo sia sostenuto, un pensiero non sostenuto da vista, suoni, odori, gusto, oggetti-del-tatto o oggetti-della-mente [...] un pensiero che non sia sostenuto da non-vista, non-suoni, non-odori, non-gusto, non-oggetti-del-tatto né non-oggetti-della-mente". La verità è che con ripetuti strattoni cognitivi (in questo caso, contro l'idea di io, essere, persona o anima vivente), fa a pezzi la logica
aristotelica e conduce ad una stringente idea di Salvezza. Personalmente, non conosco testi che riescano a scardinare
più radicalmente il Logos occidentale, il
cui caposaldo, come sappiamo, è il principio aristotelico di
non-contraddizione (questo empito antilogico e antidottrinario, verrà ripreso e
declinato successivamente dalle scuole buddhiste più radicali del Chan cinese e
dello Zen giapponese. Empito che è icasticamente espresso dalla paradossale ingiunzione rivolta dai maestri zen ai loro discepoli: Se
incontrate il Buddha, uccidete il Buddha!). Alla fine del dialogo, poi, il Sutra ci consegna una folgorante e poetica idea dell'Impermanenza (anicca). Dice, in una sequenza da perderci il fiato, che tutti i fenomeni costituenti la
realtà (dhamma) sono "come stelle,
come le tenebre, come un miraggio, la fiamma di una lampada, la brina del
mattino, come una bolla, un sogno, un lampo balenante, come una nuvola". Questo
passo e tutto il Sutra del Diamante è
di una forza poetico-concettuale senza pari. O forse no, forse paragonabile all’invettiva shakespeariana contro la vita nel Macbeth (Atto V, Scena
V): ”Spegniti, spegniti, piccola candela.
La vita è un’ombra che cammina, un povero
commediante che si dimena per un'ora sulla scena e di cui poi non se ne sa più
niente. È una storia narrata da un idiota, piena di strepiti e furore, che non
significa nulla.”. Qui, irrisorio e quasi blasfemo, l’affondo del poeta è contro la
vita. Lì, contro la logica e i dogmi della Dottrina. In entrambi i casi,
come non essere folgorati dalla loro bellezza poetica, così come dalla loro temerarietà
intellettuale, espressa nelle parole del Bardo
di Avon, così come in quelle del Risvegliato
di Lumbini?
mercoledì 9 aprile 2025
Irrivelazione
Ci vorrebbe il non-essere, per acquietarsi ab imo corde. Ma il non-essere, se sei, non c'è. È tutta qui la nostra afflizione: il non, più di quanto non sia, convocato a pensiero. Da cui un'implacabile irrivelazione, senza "acquiescentia in se ipso" (Spinoza).
lunedì 31 marzo 2025
L'unica legge del dolore
John Maeda (1966), di formazione MIT, è scienziato del geniale incontro di design e tecnologia e autore di un libro-capolavoro su questo matrimonio: Le Leggi della semplicità, Bruno Mondadori, 2006. Non sappiamo se abbia letto P.W. Zapffe. In particolare, se abbia studiato i suoi quattro antidoti alla vita insensata elicitati nell'Ultimo Messia: isolamento, distrazione, ancoraggio, sublimazione. Tutti farmaci, nel senso greco del termine, che spiegano, secondo Zapffe, perché l'uomo, nonostante la coscienza si manifesti nella sua doppia valenza di potenza esterna e ferita interna, riesce a sopravvivere da millenni all'orrore della vita. Maeda nel libro sulla semplicità, valido per ogni ambito delle attività umane, si è affannato a ridurre a nove e poi ad una sola le sue auree leggi. L'unica rimasta, ci dice: Sottrarre l'ovvio, aggiungere il significativo. Sembrerebbe banale e scontata prescrizione e invece, a seguirla sul serio, è di una potenza universale e interminabile. Una sorta di acido corrosivo definitivo contro il superfluo ("sottrarre l'ovvio"), il confuso ("aggiungere il significativo") e quindi il "nocivo", prima di tutto semantico, di gran parte dell'operare e del comunicare pubblico, politico e burocratico. Così come della scrittura e delle arti creative e, non da ultimo, dell'operare della vita ordinaria. Detto questo, mi chiedevo, seriamente, cosa farebbe Maeda per semplificare i quattro farmaci di Zapffe, come applicherebbe ad essi la sua unica aurea legge. In particolare, quando la vita si presenta senza tanti "ammortizzatori" nelle ultime fasi della nostra età biologica, quando i decreti imperiali e feroci del corpo si impongono senza tante mediazioni come mali della senescenza: cronicismi assillanti, forti neuropatie, patologie varie, grandi nevralgie col volto delle malattie insanabili. Quando il dolore nocicettivo e le neuropatie, come dicono gli addetti ai lavori, si sovrappongono e si alternano inesorabilmente e la sofferenza non da nessuna tregua. E' in uno di questi momenti che l'applicazione della sua legge sembra rifulgere nella seguente formulazione, umana troppo umana: Sottrarre il peggio, aggiungere il lenitivo (che, in ottica di semplificazione esistenziale, corrisponderebbero, il primo, all'ovvio e, il secondo, all'elemento significativo). Non so se uno dei due o entrambi i miei amati autori acconsentirebbero a questa formulazione, dall'aspetto un po' bizzarro. So che, a me, pensare e spiegare in questo modo lo stato senescente della vita, è di grande conforto epistemico. Quando non c'è altra traiettoria esistenziale possibile, altra condizione fortemente periclitante: scappare dalla peggior sofferenza e adottare i più efficaci antidolorifici, in una mera strategia di sopravvivenza. A questo sembra ridotta la vita da vecchi, come legittima difesa dalle crudeli incursioni dei malanni. Chi infatti non adotta "naturalmente" questa unica legge della semplicità esistenziale, alla faccia di qualunque presunta grazia offerta dalla vita? Prima di lasciare in pace l'ecumene, dopo di lui?
sabato 15 marzo 2025
Il ghosting del nichilista [assoluto]
Nichilismo è ciò che precede la scelta tra il levar la mano su di sé e il cupio dissolvi, qualunque cosa possano voler dire secondo l'ordine del soggetto o dell'oggetto. L'ordine della cattiva metafisica, va escluso a priori, à la Wittgenstein, in considerazione della sua manifesta inconsistenza. Il consorzio umano biasima e combatte i primi due, per presunta sacralità valoriale degli ordini. Col terzo si balocca allegramente. Il nichilista [assoluto] - i.e. pessimista [assoluto], per il significato del quale leggi post del 12 novembre - pratica invece il ghosting, moderna versione del motto epicureo λάθε βιώσας (vivi appartato) e ispirato filosoficamente all'Esausto di Deleuze. Quest'ultimo, il consorzio umano quasi lo ignora e nel quasi c'è tutto il suo possibile destino umano.
domenica 23 febbraio 2025
Malnato
Ho generato, colpevolmente. Per una vita, ho cercato di rigenerarmi, per guarire dalla nascita, ma non sono rinato. Senza requie, mi sento malnato, da chi ha generato, colpevolmente.
lunedì 10 febbraio 2025
Antinatalismo gentile
mercoledì 5 febbraio 2025
La sublime venatura nera
| Fig. 1) Volto del Cristo Portacroce dei Giustiniani (prima versione) presso Bassano Romano. |
Fig. 2) Cristo Portacroce (seconda versione) presso la Basilica di S. Maria sopra Minerva a Roma. |
lunedì 3 febbraio 2025
L'Ultimo Messia *
lunedì 6 gennaio 2025
Maleolente
Smisurata l'avversione, incommensurabile il disgusto, innumerevoli i gesti di ribrezzo, astio e livore, ancorché quasi sempre inconfessabile il disprezzo. Eppure, in sintesi, basterebbe dire la cosa oggi più semplice, trasgressiva e rivoluzionaria: la vita non è una cosa buona. Biante di Priene (VI sec. a.C.), ritenuto uno dei Sette Savi dell'antichità, camminando tranquillo, di fronte allo stupore dei concittadini carichi di ogni masserizia da salvare dal saccheggio della città, pare che dicesse, secondo Cicerone e altre fonti: "omnia mea mecum porto" (porto con me ogni cosa). Già - gli avrei risposto io se l'avessi incontrato - ma non senti tuttavia quanto sei piegato dal fardello dei giorni che trascini, quanto piagato dalle tribolazioni? Non intravedi il feroce disincanto nascosto nelle cose più belle? Non avverti i gemiti dei tuo corpo dolente? Non senti quanto puzzi? Il fatto è che, pur libero da ogni peso, porti sempre con te, tu come tutti gli altri umani, la cosa più afflittiva, implacabile e maleolente al mondo: la vita.
sabato 28 dicembre 2024
Dove trovarle?
Dopo aver letto per la quarta volta L'Ultimo Messia di P.W. Zapffe, da poco uscito a stampa per Mimesis, mi sperdo nell"inquietum cor nostrum" di Agostino. Il dimenio montaliano da cui sono preso nel mettere a sistema (?!) il pessimismo [assoluto] di cui ho detto qui (post del 10 novembre), con una filosofia dell'inazione di ispirazione cioraniana, non fa che accentuare la mia condizione di dissanguamento spirituale. Non trovo i quietivi possibili. Agostino, col dito puntato e ammonitore, mi rammenta che l'inquietudine durerà "donec requiescat in te". Noi, senza un Signore in cui riposare, noi e la condanna dei pessimisti non credenti, noi antinatalisti e forse anche efilisti, noi dunque senza pace e riposo. E rimugino, ulceroso e misantropico, la chiusa del libro di Zapffe che mi dice che c'è "una vittoria e una corona, una salvezza e una risposta". Caro Maestro, ma dove trovarle?



