![]() |
| Hans Holbein, Cristo nella tomba, 1521 |
venerdì 16 settembre 2011
s-guardo
domenica 21 agosto 2011
ombelichi
Perché quando guardo il mio ombelico vedo il mio universo interiore e quando guardo quello degli altri vedo solo un ombelico?
lunedì 15 agosto 2011
Heidegger e l'usabilità
martedì 1 marzo 2011
contagio cognitivo
La cosa straordinaria mi pare non sia solo la moltiplicazione ma anche la proliferazione, ovvero la possibile e imprevedibile combinazione/concatenazione della nuova idea nell’enciclopedia del sapere di ognuno. Si tratta, a pensarci bene, di una sorta di “magia dello scambio” (non di mercato..) che genera valore “intangibile”. Il bello - ci pensate? - è che questa cosa può avvenire tanto in una dotta conferenza quanto in una “chiacchiera”, tanto in una lezione universitaria quanto in un convegno, durante l'omelia di una messa come in un pettegolezzo di corridoio. Sempre e comunque dove le persone dialogano, argomentano, discutono, si riuniscono, si informano, si coordinano, si organizzano. Insomma in qualunque forma alta o bassa di scambio linguistico.
(Questa idea di sviluppo del capitale cognitivo credo sfugga alla giusta critica che Amartya Sen porta a quella di "capitale umano" nell'intervista che ha rilasciato al Forum-PA 2010, dove accenna al bel concetto di "fiorire" dell'uomo).
Lo scambio avviene in modo strutturato e sistematico nella formazione. Quante inusitate proliferazioni nelle enciclopedie dei saperi degli allievi nelle aule e nei corsi? Sono state mai contate? Se ne conosce il valore reale? Voglio dire che è questa semplice magia cognitiva generata a volte anche da una sola parola, che è sempre al centro di qualunque interazione umana, ma che tuttavia non consideriamo mai abbastanza nella sua funzione di fattore che, dopo aver agito inconsapevolmente in noi, favorisce scelte, decisioni e corsi d'azione. Anzi, sciaguratamente, spesso la ignoriamo, quando finanche non la disprezziamo.
Massimamente, come dicevo, nelle aule delle scuole dove “untori” professionali invece favoriscono ogni giorno l’invisibile contagio, diffondendo in modo epidemico e virale idee, schemi e concetti, senza che nessuno, nonostante moduli di feedback, follow up e studi sulle “ricadute” formative possa considerarne davvero fino in fondo gli effetti che si generano, si scatenano, proliferano, nelle menti delle persone.
Scusate, ma a me il fenomeno sembra davvero una sorta di trasformazione alchemica di idee. La cosa mi colpisce a tal punto che se un giorno doveste vedermi crucciato esitare a camminare, sappiate che sto pensando a questa alchimia: “Questo sol m’arde e questo m’innamora”.
Il fatto è che quando intorno a me ogni giorno vedo ragazzi partecipanti alle lezioni delle scuole che escono dalle aule, che discutono di orari e calendari, docenti che progettano la didattica, mi chiedo sempre: saranno consapevoli della magia? Uhm, si direbbe di no, osservando le loro facce volitive o depresse, talvolta sperse e protese verso un’inconsumata voglia di Altrove.
Ne sono segno evidente anche le frasi blasfeme… che spesso pronunciano, del tipo: sono solo chiacchiere, è tutta teoria, tutte ste’ lezioni e discorsi che non servono a niente! E’ in questi casi allora che vorrei gridare forte a tutti l’aneddoto dell’economia della conoscenza e far notare che è impossibile che noi umani si perda mai tempo quando ci intratteniamo con qualunque forma di parola e di linguaggio sociale.
Sì, credetemi, vorrei predicare a ognuno come uno Zarathustra che scende dalla montagna:
“Ma ditemi, fratelli miei, cosa può fare un’azione che non sappia fare anche una parola? A tal punto siete ciechi da non vedere questo Grande Meriggio della Parola? Or dunque, fratelli, non vedete che ci vuole una vita per cambiare un’idea, ma basta un’idea per cambiare una vita?”.
venerdì 21 maggio 2010
Prendersi alla giugulare
giovedì 25 marzo 2010
Sulla mia lapide
domenica 7 marzo 2010
22.
21.
sabato 16 gennaio 2010
20.
venerdì 28 agosto 2009
18.
lunedì 24 agosto 2009
17.
16.
15.
14.
lunedì 17 agosto 2009
13.
12.
11.
7.
6.
venerdì 10 aprile 2009
5.
4.
3.
2.
martedì 17 febbraio 2009
inessenza
Il grumo d'inessenza che mi si para davanti alla fine della riunione, è quello stesso che vedo quando esco dal lavoro. Apodittico quanto l'idea del lavoro di Baudrillard: "Morire alla vita ogni giorno vendendo la propria forza-lavoro. La contropartita di questa morte, la chiamano salario". Il grumo che vedo è una sorta di minaccia che si dichara sul selciato. Vuole smembrarmi, mi accompagna e promette esiti inquietanti. A nulla vale convincersi che quel grumo sono io, pronto a scomparire al prossimo pensiero. Me ne resto aggrovigliato-abbarbicato nel mio intrico di fili, tanto invisibili quanto insostanziali. Chiedendomi: si può combattere un'inessenza?
domenica 20 aprile 2008
riprendo a scrivere con fatica
E' nella mia scrittura tutta la fatica di vivere. Le parole finiscono con l'inchiostro, poi ci siamo noi che viviamo.
giovedì 17 gennaio 2008
vendetta
Non doveva stuzzicarle e provocarle ogni santa mattina. Così, per vendicarsi, gli inondarono la bocca di sangue fin quasi a soffocarlo. Mentre lui sporgeva il collo dallo specchio, lo guardavano beffarde, le sue gengive irritate.
cercare
Un illuminato non cerca. Se cerca, perde. Anche se non cerca, perde. Così come se né cerca, né non cerca. Un illuminato allora che fa? Molla la presa. Ma senza afferrare.
giovedì 10 gennaio 2008
la strada di cormac
Riporto di sotto i due commenti postati il 31 dicembre 2007, dopo aver letto la recensione di Marco Rovelli su nazione indiana de La strada di Cormac McCarthy, Einaudi, 2007.
Proprio perché non consente interpretazioni univoche, il libro di McCarthy è un capolavoro. Anche ermeuticamente perfetto, oltre che narrativamente riuscito, direi. Un vero libro-buca in cui cadiamo dentro, magari per caso, come è capitato a me (veramente dopo aver letto la recensione di Rovelli). Asciutto non meno che ispirato, essenziale quanto profondo, astratto e materiale. Proprio come un pensiero filosofico alto, cerebrale e viscerale. Se lo vuoi cogliere, non sfuggi agli ossimori. Appunto, imprendibile, come un vero capolavoro.
venerdì 4 gennaio 2008
al chi dell'essere
Fedeli al cosa e al come. Problemi con il quando. Ma l'essere continua e il pensiero che discrede nasce dopo. Fino all'inizio del chi muore.
lunedì 31 dicembre 2007
acufene
Il punto è che il rumore - sibilo o sonorità di fondo, vibrazione bassa o acuta che sia -, che si sente quando si soffre di acufene, non proviene "dall'esterno" ma "dall'interno" del cervello. E' come se qualcosa nel sistema nervoso centrale sfuggisse al controllo e qualche neurone si mettesse a funzionare per conto suo invece di aspettare gli stimoli esterni.
Quel rumore è causato dalla prorpia interiorità e a nulla serve tapparsi le orecchie, come si fa quando ci si vuole proteggere da un rumore troppo acuto. Siamo noi, è il nostro cervello che produce il suono acuto. Simbolicamente, è come la perdita di una incontaminazione primaria della mente, una innocenza acustica che non c'è più. E' in questa perdita di una libertà di base, di una possibiliità, come un pittore che non disponesse più di un colore, che ci si sente.
La sottile sofferenza dell'acufene sta nel dover sentire per aggiunzione (di suoni che si sovrappongono ad altri suoni ed eliminano quelli non scelti) più che per sottrazione (di quelli indesiderati, in favore di quelli che si vuole sentire).
venerdì 28 dicembre 2007
derive
Uscire dal lavoro e aspettare l'autobus un'ora, al gelo del marciapiede. Stare lì e chiedersi perché - oltre l'automatica rabbia per il disastro romano dei servizi pubblici - questo sentimento s-collima col pensare inteso come discredere. Sa troppo di stereotipo, di prevedibile. Lambisce la confortevolezza dell'esistere, la sua amministrazione, non entra nel merito ultimo (o primo) dell'essere delle cose. Come lamentarsi dei pomelli d'ottone non lucidati di una nave alla deriva. La "deriva" del nostro esistere, rispetto al poca cosa della deriva del nostro tragitto per tornare a casa, mi dico. E prendo l'autobus tutto infreddolito, con sguardo basso, senza protestare con il conducente.
venerdì 21 dicembre 2007
giovedì 20 dicembre 2007
contemplare, masticare
Non sono io che cerco di capire il significato della formula barocca “impressionare, convincere, persuadere” affidato alle forme, ai marmi e agli affreschi della basilica. Sono loro che mi accolgono e mi invadono quando entro.
Mi siedo per osservare l’abside. La teatralità dei dipinti di Mattia Preti sul martirio di S. Andrea, non sembra disturbata dal disordine provocato dal brusìo e dai flash dei turisti.
Mi godo e mi abbandono allo spettacolo non toccato dal pensiero che l’hanno allestito artisti al soldo di qualche Papa o Cardinale controriformista. La Gloria del Paradiso del Domenichino sulla volta della cupola mi assorbe incantato con la testa all’in su, in un giro su me stesso che mi fa quasi barcollare.
Fuori, nella piazza adiacente, sento il clamore di una manifestazione che si svolge contro il carovita. Dentro, dentro di me, il dipinto celestiale. Fuori, le rivendicazioni contrattuali. Dentro, lo spazio extra ordinem di una celebrazione. Mi faccio prendere dall’emozione e metto da parte il panino che stavo mangiando. La masticazione disturba la contemplazione.
